venerdì 3 febbraio 2017

lunedì 24 ottobre 2016

lunedì 10 ottobre 2016

venerdì 23 settembre 2016

giovedì 12 maggio 2016

Schiavi

Negli occhi di un uomo a cui mancano cinque-dieci-quindici anni alla pensione, che fa un lavoro di merda, che il suo lavoro è agitarsi e/o sudare senza un perchè, spappolarsi la schiena e/o spremersi le meningi, frenare i battiti del cuore e/o soffocare i respiri grossi, negli occhi di quest'uomo che si trascina verso la pensione, che tutto ciò che guadagna spende, che a fine mese ci arriva sempre più affannato, che per lui guadagnare soldi è diventato ormai come respirare, e respira sempre più a fatica (e gli dicono: e almeno tu un lavoro ce l'hai! Pensa a tutti quelli che sono disoccupati! Almeno tu puoi respirare! Ringraziare, dovresti ringraziare per questo!), negli occhi di quest'uomo ossessionato dalle tasse le tasse le tasse l'affitto da pagare i figli da mantenere, il maledetto denaro che è insieme il danno e la beffa, una seconda necessità, un secondo corpo sofferente, un secondo respiro che vuole ossigeno, una seconda probabilità di soffrire, ammalarsi, soffocare, morire, una seconda mortalità che ti imprigiona e ti inchioda al tuo lavoro, una prigione senza mura e senza finestre: la schiavitù, negli occhi di quest'uomo, io vedo la schiavitù nel mondo occidentale contemporaneo, la schiavitù in seno alle nazioni più ricche e opulente del pianeta Terra.
(Ringraziare, dovresti ringraziare per questa tua schiavitù! Ingrato maledetto!)
Sono le sei del mattino, l'uomo esce da casa per andare a lavorare, io lo guardo negli occhi e subito distolgo lo sguardo, ed ecco che arriva un ragazzino con la Smart che si ferma, esce dalla Smart, mi si avvicina barcollando e mi chiede se ho da accendere.
Io lo faccio accendere e gli chiedo:
- Cosa hai fatto?
E lui: - Mi sono fatto la serata.
E io: - E ti sei divertito?
E lui: - Si, mi sono troppo divertito.
E io: - E cosa hai fatto di preciso?
E lui: - Ballare, bere, privè, femmine. Le solite cose.
In realtà è rimasto a casa di un suo amico, precisamente in un magazzino, a giocare a Pes e a farsi le canne, lui e altri tre amici, una serata così, tanto ridere perché si sono fatti tante canne, ma è dura per tutta una notte mantenere alto il livello dell'allegria.
Il ragazzino si gira per andarsene, arriccia le spalle. Il sogno di questo ragazzino, che non ha mai mostrato nessuna curiosità per il mondo, nessuna seppur tiepida attitudine, nessuno stupore, nessun pathos e ovviamente nessun talento, il suo sogno è arruolarsi al più presto nell'esercito, essere preso al più presto dall'esercito, possibilmente prima dei vent'anni.
Mi dice: - Così faccio trentacinque anni di servizio e massimo a cinquantacinque anni sono in pensione, ancora con tutta la vita davanti.
- E puoi spassartela.
- E posso spassarmela.
Il suo sogno è arruolarsi nell'esercito, andare in pensione massimo a cinquantacinque anni, e spendere gli ultimi decenni della propria vita a fare turismo sessuale nel Sud Est asiatico. E farsi finalmente tutte le troiette che oggi  non gliela danno.
Prima che possa andarsene, lo fermo per l'ultima volta e gli chiedo:
- Per te cos'è il denaro?
Lui sorride furbo - Il denaro? Che domande. Il denaro serve a godersi la vita.

venerdì 6 maggio 2016

Recensione: La grande avventura della fisica, Vittorio Silvestrini e Bruno Bartoli

Oggi pubblico una recensione su Satisfiction: "La grande avventura della fisica. Da Galileo al Bosone di Higgs" di Vittorio Silvestrini e Bruno Bartoli. Puoi leggerla qui

mercoledì 4 maggio 2016

Brutte copie

L'invadenza dei fotografi alle cerimonie di matrimonio è la cifra di un mondo alla deriva. La cerimonia religiosa si piega alle esigenze della sua rappresentazione audiovisiva. Gli sposi aspettano il cenno del fotografo per camminare, per girarsi, per darsi la mano, per baciarsi. Il prete chiede permesso al ragazzino del flash per poter dare la sua benedizione e per officiare il suo rito millenario, così, senza nessun orgoglio, senza nessuna indignazione, la Tradizione che è si resa precocemente conto che ormai ogni rito è svuotato di senso, che è rimasta soltanto la rappresentazione audiovisiva a spargere un po' di senso su questa realtà-sempre-meno-realtà-e-sempre-più-boh. Poco ci manca che il fotografo dica: "Ciak si gira", "Non va bene, rifacciamolo". Poco ci manca, per incoronare definitivamente il fotografo come Sovrano della Realtà. La realtà, questo gran bordello. Il selfie costante e l'ansia di fare sempre la foto del Bel Momento che stiamo vivendo, l'ansia ossessiva e psico-patologica di non perdere l'occasione per costruire un Bel Ricordo - alimentata dalla disponibilità illimitata e mobilitante e paralizzante data dallo smartphone - questa ansia è la smorfia della maschera beffarda che è la nostra condizione di occidentali del terzo millennio. Una smorfia che non si capisce se è un riso o un pianto, perché una volta era così: prima si viveva e poi si ricordava; mentre adesso invece si rischia di non vivere più perché c'è l'urgenza del ricordo, o meglio: adesso la costruzione del ricordo - la facilità di costruzione del ricordo, data dallo smartphone - rischia di annullare l'esperienza (perché ricordo ed esperienza hanno tempi diversi e qualità diverse, così come vita e narrazione sono due cose distinte e separate, e se la seconda prevale sulla prima, beh, abbiamo qualche problema). E nella testa, nelle nostra testa, cosa ci fa Tutto Questo? Il nostro primo bacio è arrivato dopo aver visto in tv almeno un migliaio di Primi Baci. Ogni esperienza che viviamo ha generalmente un suo corrispettivo mediatico, un modello, un’idea, uno stereotipo di solito già abusato e logoro. Tutto in effetti sembra abusato e logoro. Tutto ciò che riguarda la nostra vita di tutti i giorni, le nostre grandi e piccoli esperienze. C’è spazio per il nuovo, in questo mondo qua? O siamo condannati a essere tutti e sempre Brutte Copie di qualcosa? Condannati a vivere una vita di merda (o una non-vita) ma in compenso possederne un Bel Ricordo? Vivere una vita di merda ma venire bene nelle foto?

martedì 29 marzo 2016

Che ci festeggiate a fare?

Viale delle Scienze è un tunnel dell'orrore. L'Università degli studi di Palermo è un macello che macella, sminuzza, macìna. E' una fabbrica che non fabbrica. Che produce uno scarto abnorme - una percentuale vergognosa - di disoccupati e frustrati. Gente che butta via gli anni migliori della propria vita, che viene illusa e truffata, che dovrà fare i conti con i soffocamenti dell'ambizione, che rischia di finire vittima di un embolo e rimanere mutilata a vita dal mix letale di criminalità e trascuratezza denominato Università. Dati, cifre, indagini, proiezioni, ne ho i cassetti pieni, gli armadi ricolmi, le stanze ingorgate, tutta la casa ormai usurpata. Disoccupati e frustrati, sono una percentuale vergognosa, presso l'Università di Palermo. Ci sono interi corsi di laurea messi su non si capisce bene perché, interi corsi di laurea messi su soltanto per piazzare professori senza cattedra. I ragazzi lasciati allo sbando, i professori che non conoscono il mondo del lavoro, che sono tutti presi dalle loro battaglie interne, dalle loro competizioni di accademici, dalle loro frustrazioni esistenziali, dai loro obiettivi, dai loro percorsi, dalle loro vite di studio matto e disperatissimo che si chiedono ogni giorno se ne valga la pena. Non esiste didattica, orientamento, realismo. I ragazzi lasciati allo sbando, i professori persi tra le loro cose. Ma questa è l'università di massa, che volete? E' il diritto allo studio, che volete? Viale delle Scienze è un tunnel dell'orrore, un via vai su e giù di studenti che vanno a lezione, che tornano da lezione, che disbrigano pratiche, che telefonano correndo, che organizzano giornate. E' la macinazione perpetua dei giovani, fibrillanti e pieni di energia ma già macinati, già intaccati nel profondo senza che neanche se ne accorgono, già adulterati nelle loro occhiaie, nelle loro notti brave, nelle loro sigarette rullate, nei loro trolley strascicati sui marciapiedi, nelle loro premature stanchezze. E di tanto in tanto ci sono loro, questi assembramenti decontestualizzati di gente che sembrano flash mob ma non sono flash mob bensì discussioni di laurea, o più esattamente sono i post-discussione di laurea, lo spumante, il brindisi, il cin cin. Donne brutte e uomini brutti, nasi a becco, pappagorge, quintali di fondotinta, cravatte che nascondono pance, vestiti esageratamente eleganti tirati fuori dall'armadio e neanche lavati. Zaffate di sudore rancido e di profumo grossolano comprato per l'occasione. Spumante, brindisi, cin cin. Uomini vecchi siciliani e donne vecchie siciliane, vecchi di cinquanta, sessanta, settanta, ottant'anni, gente che è nata, cresciuta e vissuta dentro la grande bolla edilizia e clientelistica siciliana, quarant'anni di non-economia e di illusione imprenditorial-mafiosa che si è trascinata dietro vite intere, sogni, speranze, fatiche, progetti, visioni del mondo, sistemi di pensiero. Una bolla che si è riempita, si è riempita, e ora è scoppiata. Quanti sono quelli che se ne sono resi conto? Gente ingenua che si sente furba e gente ingenua che si sente ingenua, tutti comunque a brindare, a festeggiare, colmi di speranza per il giovane che si è appena laureato, che chissà che gran futuro che lo aspetta, che chissà se riuscirà a tirarsi fuori da questa merda di isola che noi ci siamo vissuti con la merda fino alle ginocchia, una vita, un'intera vita. Poveretti. Nelle facce di questi vecchi padri o vecchi zii o vecchi nonni c'è la beffa. Loro non lo sanno ma hanno la beffa in faccia, lo scherzo, la carnevalata. Perché cos'è questo vestirsi eleganti, scomodi, a disagio, se non un carnevale? I sudditi fanno finta di essere re, per un giorno, poi il giorno dopo di nuovo sudditi. Il carnevale serve a sfogarsi e a ripartire, è la temporanea sospensione della gerarchia sociale per rafforzare e confermare la gerarchia sociale. Cos'è l'Università degli studi se non un carnevale per sudditi? A parte qualche sparuta eccezione, infatti, i figli dei ricchi non frequentano l'Università di Palermo ma volano verso ben più prestigiose mete italiane ed estere. Palermo è per sudditi, Palermo è per poveri, Palermo è per poveri illusi, poveri diavoli, poveri senza il culo parato. Il brindisi del post-laurea è un carnevale, la festa di laurea è un carnevale, la laurea è un carnevale. Con l'università di massa e il diritto allo studio la laurea ha senso soltanto come rituale carnevalesco, pratica sfogatoria, totem apotropaico. Si laureano cani e porci, un pezzo di carta non lo si nega a nessuno, le percentuali di disoccupati e frustrati sono vergognose. Che ci festeggiate a fare?

lunedì 14 marzo 2016

Non avete niente da dare ed è un furto quel poco che avete da chiedere alla vita

Sono stato in un pub frequentato dai giovani d'oggi. Nelle loro facce l'ostentata furbizia di rito, l'ostentata svagatezza e noncuranza della movida urbana, ormai vissuta e consumata come un diritto inalienabile. Il baratro di questa generazione lo si trova appunto in questa furbizia, svagatezza, noncuranza. Lo si trova precisamente nell'assenza di amore, nei giovani d'oggi, amore nel senso di eros, nel senso di creazione di una vita nuova (specificatamente) e creazione di qualcosa di nuovo (generalmente). La nostra generazione non ha figli e non vuole avere figli, ecco il punto: è impotente, è sterile. La nostra generazione non ha generazione, non è generativa, è degenerata, a-generante. Siamo un mescolìo confuso di roba morta, siamo Frankestein, ma neanche Frankestein, e nemmeno lontanamente Golem, nessun soffio di vita, soltanto roba morta accatastata che fa finta di muoversi, che crede di dar l'impressione di muoversi, mentre invece è inerte, immobile, piena di polvere. Confusamente, fa tutto confusamente, senza una direzione, questa generazione - parla, pensa, vive - il tutto in un fibrillìo nevrastenico che paradossalmente finisce per riempirsi sempre di polvere. (E la polvere, in definitiva, cos'è? Roba morta). Il baratro di questa generazione è precisamente questo: Non Avere Più Le Forze Per Creare. E il bello è che, poi, il linguaggio della nostra generazione - complice i social network, ma anche complice la trasformazione antropologica che è avvenuta in Italia e nel mondo occidentale dagli anni Ottanta ai giorni nostri - il suo linguaggio è diventato sempre più pompatamente euforico e finto-entusiasta, mutuato sempre di più dal marketing, dalle strategie di vendita, dal cinismo calcolatore ammantato di packaging emotivamente sbrilluccicante. Ma magari avessimo un briciolo di cinismo calcolatore, magari. Invece, nella gran parte dei casi, finiamo per credere al nostro packaging, e ci soffriamo dietro, e ci viviamo e ci moriamo dietro, e le nostre emozioni sono finte emozioni, talmente avvolti in infiniti strati di carta di imballaggio, carta lucida, carta di pane, carta di uovo di pasqua, che finiamo per scambiare i nostri soffocamenti per i nostri respiri. E infine il senso di periferia, fondamentale per i giorni nostri e che sarà sempre più fondamentale per il futuro. Il senso di periferia che si nota dappertutto, nelle pieghe delle occhiaie dei giovani d'oggi, nel loro colorito livido e giallognolo, nelle increspature biliose dei loro sorrisi, nei loro occhi strizzati dall'euforia auto-indotta delle serate della movida ormai vissuta e consumata come un diritto inalienabile. Ci sentiamo sempre più periferici, ecco, sempre più lontani da un Centro che è sempre più irrintracciabile. E' periferia anche Milano e Roma, è periferia pure New York e Londra, è tutto periferia, questo mondo qui. E potremmo sempre stare in un posto migliore, lì dove si decide qualcosa e non siamo soltanto trascinati dalla corrente. E invece siamo costretti a stare in questa merda di bidonville, di favela, ci sentiamo sempre incatenati, dovunque noi siamo, e tutto ciò ci rende invidiosi, rancorosi, livorosi. La bile verde trabocca da ogni gesto, da ogni mano in tasca a prendere l'accendino, da ogni labbro che si appoggia al bicchierone da cocktail, da ogni sguardo corrucciato nello sforzo di sostenere una conversazione, da ogni alito di bocca aperta durante la chiacchierata amena. Bile verde ovunque, egoismo furbo svagato noncurante, niente amore, niente eros, niente creazione. Questo il baratro, questo il rischio, la rabbia, il disprezzo generalizzato e pregiudiziale verso queste Merde (citazione) che Non Hanno Niente Dare ed è un Furto Quel Poco Che Hanno Da Chiedere Alla Vita.

giovedì 3 marzo 2016

Recensione: Contro l'antimafia, Giacomo Di Girolamo

Oggi pubblico su Satisfiction una recensione di "Contro l'antimafia" di Giacomo Di Girolamo, Il Saggiatore. Puoi leggerla qui.
Questo libro l'ho letto con dolore e senso di impotenza, forse perché è scritto con dolore e senso di impotenza. Ma, questo libro, mi chiedo, sarà utile o dannoso? Servirà a qualcosa? Sarà compreso bene o sarà volgarmente strumentalizzato? Questo libro è un'incognita. Non ho nessuna fiducia nei lettori. E ancor meno fiducia nei non-lettori da social network che gli arrivano input e subito saltano dalla sedia sputando sentenze, come scimmie urlatrici e cavie pavloviane. Ma d'altronde l'autore dice tutto nel prologo, azzeccatissimo, denudante: "Non ho mai avuto paura, adesso si".

venerdì 26 febbraio 2016

giovedì 25 febbraio 2016

Petaloso e la fine di tutto

Su sta cosa di #petaloso c'è lo schifo. Come al solito. Perché nessuno dovrebbe permettersi di intervistare un bambino di 8 anni (Guarda il video). Nemmeno se ci sono due rincoglionite come la madre e la maestra che fremono per apparire in televisione.
Ci sarebbe da strappare in mille pezzi il tesserino da giornalista. Ci sarebbe da stabilire, a chiare lettere, una volta per tutte: "Signori miei, cari i miei giornalisti, scrittori, intellettuali, gente che dovreste raccontare il mondo, basta con questa recita, basta con questa pagliacciata: è tutto finito. Andiamo a casa, su"
Poi, la sovraesposizione mediatica, il chiacchiericcio unidirezionale sui social, le prese di posizione, le opinioni, gli sfottò, le battute brillanti, i fotomontaggi, le periodiche grandi tematiche di cui parlano tutti e di cui poi tutti si dimenticano. Che cosa abominevole. Che umanità degradata.
Tutti subito a scattare in cerca di clic, questi accattoni del mainstream, questi miserabili del fenomeno social, queste amebe che cercano di cavalcare l'onda, di utilizzare energia non propria, perché loro non ce ne hanno più, di energia, non hanno più nemmeno un briciolo di personalità, unicità, originalità, ma perché non ce ne hanno più? (Forse è questo il punto) Perché sono tutti come morti?

mercoledì 24 febbraio 2016

Recensione: Annientamento, Jeff Vandermeer

La mia recensione di "Annientamento" di Jeff Vandermeer. Doveva essere pubblicata su Libido Legendi ma il progetto purtroppo è naufragato.

martedì 23 febbraio 2016

Recensione: Estetica del taglio, Tommaso Ariemma

La mia recensione di "Sul filo del rasoio. Estetica e filosofia del taglio". Doveva essere pubblicata su Libido Legendi ma purtroppo il progetto è naufragato.

lunedì 22 febbraio 2016

Recensione: Almanacco Siciliano delle morti presunte, Roberto Alajmo

La mia recensione di "Almanacco Siciliano delle morti presunte" di Roberto Alajmo", una piccola perla di Roberto Alajmo ripubblicata da Il Palindromo. Doveva essere pubblicata su Libido Legendi ma purtroppo il progetto è naufragato.