venerdì 6 aprile 2018

La questione degenerazionale

A me piacerebbe ascoltare gli anziani, imparare dagli anziani, rispettare gli anziani.
Ma purtroppo gli anziani non hanno più niente da insegnare.
Sono messi di lato
come avanzi maleodoranti che è meglio smaltire al più presto.
E noi giovani non possiamo più imparare niente dagli anziani.
Anzi, non possiamo imparare mai niente.
Tanto il mondo cambia ogni due minuti.
Ormai bisogna aggiornarsi, non imparare.
Farsi furbi.
Gli adulti, dal canto loro, non insegnano e non imparano niente.
Al limite cercano di essere come i giovani.
Anche loro si aggiornano, non imparano.
Si fanno furbi.
Vanno appresso alle ventenni, o sognano di farlo.
Fanno turismo sessuale, o sognano di farlo.
Vanno spesso su Youporn.

Il mondo cambia ogni due minuti.
Non c'è quasi più un mondo passato dal quale veniamo
e un mondo futuro che oggi costruiamo
e che domani lasceremo ai nostri figli.
Non c'è quasi più mondo.

Ecco perchè la questione generazionale è ormai
questione degenerazionale.
E gli anziani sono cianfrusaglie e ferrovecchi,
polvere e ruggine,
inutili all'accumulazione del capitale,
e inoltre contaminati dalla morte a loro prossima,
la morte che è la Grande Rimossa di tutti noi
e la cui prossimità rende loro paria.

Gli anziani non hanno più niente da insegnare.
Sono messi di lato.
E noi non impariamo più niente da nessuno.
Ci aggiorniamo di continuo, certo,
sviluppiamo il nostro stock di competenze,
articoliamo, disarticoliamo e riarticoliamo
il nostro capitale umano,
ma restiamo in fondo sempre rozzi e bruti
come barbari.
Ci esprimiamo a grugniti,
ma non dialoghiamo tra di noi,
non mettiamo niente in discussione,
ma seguiamo ciecamente un vessillo,
senza discutere.
Siamo come barbari
che vanno appresso ad altri barbari
che vanno appresso ad altri barbari ancora,
senza sapere nessuno dove si sta andando.

A me piacerebbe ascoltare gli anziani, imparare dagli anziani, rispettare gli anziani,
percepire che in qualche modo si sta contribuendo
a gettare un ponte tra passato, presente e futuro,
abitare un mondo comune con altre persone,
agire dentro una vita tra altre persone,
sentirmi parte di una costruzione comune,
un miglioramento possibile,
una solidarietà tra esseri umani,
una cura reciproca,
esistenziale,
per trovare le energie di 
tenere gli occhi aperti verso sé stessi, verso gli altri,
verso la vita e verso la morte,
ma il mondo sembra girare in tutt'altro modo,
gira a vuoto, 
la società va avanti
e gli uomini restano indietro,
regrediscono,
si imbarbariscono,
mentre io non ho mai tempo di fare niente,
perchè ho sempre troppo da fare,
e sembra che non ho mai avuto tempo di fare niente,
e che non ho mai fatto niente,
perchè ho sempre avuto troppo da fare,
e l'unica cosa che so
adesso
è che devo correre
ad aggiornarmi,
e farmi furbo.

giovedì 5 aprile 2018

Balcanizzazione

Siamo nazi grammar, siamo maestrine, siamo radical chic.
Scriviamo su Facebook: "Cancellerò tutti i miei contatti che votano per Salvini".
Citiamo Umberto Eco che si lamenta delle legioni-di-imbecilli-che-hanno-diritto-di-parola-sui-social. Citiamo anche Pasolini che, la sera prima di morire, disse: "Un giorno comanderanno gli idioti". O qualcosa del genere.
Ma anche, scopiamo con gente conosciuta su Tinder, che è un po' la stessa cosa.
Scegliamo prima con chi andare, guardiamo le foto, ci prepariamo psicologicamente. Scegliamo il nostro partner anche in base agli interessi comuni, alle idee politiche. Vegano o carnivoro. Fumatore o non-fumatore.
Professiamo tutti questa ideologia della "condivisione". Condividiamo questo, condividiamo quest'altro.
In altre parole: cerchiamo in tutti i modi qualcuno con cui andar d'accordo preventivamente.
Dov'è il dialogo? Dov'è la curiosità? Dov'è l'imprevisto?

La specie umana non era abituata a tutta questa possibilità di scelta – se prima il problema era Non Abbiamo Scelta adesso è diventato Abbiamo (Troppa?) Scelta – e forse per questo siamo riusciti a trasformare la nostra libertà in questa gabbia di pregiudizi.

Ma la libertà non è una sostanza, ma una pratica.
La libertà si costruisce, si vive quotidianamente, si esercita.
Invece qui, a quanto pare, gran parte di noi, che per giunta ci percepiamo come particolarmente "liberali" ed "evoluti", si mantiene a distanza di sicurezza dalla libertà.

Ma senza questa libertà cosa vuoi che sia l'essere umano. L'essere umano è perenne sforzo di superamento dell'essere umano. È in questa libertà, in questa tensione verso il nuovo, che l'essere umano è qualcosa di diverso, e di migliore, dell'animale.

Ma, in questa balcanizzazione intensiva ed estensiva delle nostre vite,
in questa ossessiva volontà di pre-determinazione,
in questa gabbia di pregiudizi
in cui ci siamo rintanati
tremanti
– probabilmente così tremanti
per via dell'ansia e della paura
derivante appunto da tutta questa possibilità di scelta –
il punto è principalmente la nostra
negazione.

Negazione dell'evento, cioè dell'eventualità.
Negazione della potenza, cioè della potenzialità.
Negazione dell'incognita, dell'imprevisto, del mistero.
Negazione della curiosità, cioè dell'ascolto, del dialogo,
della possibilità di scoperta.
Negazione, in definitiva, dell'esperienza.
E del futuro, inteso come futuro possibile.
E del tempo, inteso come tempo-kairos e non soltanto tempo-cronos.
Tempo-opportunità e non soltanto tempo-misura.

Cosa vuoi misurare, poi, con questo tempo reso neutro?
La nostra vita,
anch'essa neutralizzata?

Questa nostra negazione è in definitiva la negazione di noi stessi.
L'essere umano che nega l'essere umano,
ciò che potrebbe e dovrebbe essere.

Rinchiusi in questa gabbia le cui pareti ci schiacciano,
stiamo annichilendo ciò che abbiamo di più importante:
il nostro eros, il nostro amore,
di nuovo la nostra libertà, cioè la nostra tensione verso il nuovo,
le nostre energie creative, la nostra creazione possibile.

Stiamo diventando sterili. 

domenica 11 marzo 2018

Nuove dal deserto Sicilia

Schegge da una postapocalittica Sicilia in questo servizio televisivo, che per caso riflette - tra inquadrature faziose e musichette strappalacrime - alcuni barlumi di verità su una terra spolpata, disseccata, desertificata, e che per caso vengono alla luce nel mezzo di un demenziale dibattito sul reddito di cittadinanza e sui 5stelle al governo.
Perché ormai la tragedia la trovi nelle pieghe di questa farsa quotidiana. Tragedia che affaccia la testa per poi nascondersi subito dopo perché oddio potremmo restarne sconvolti, oddio potrebbe rovinarci l'umore. Ci è così insopportabile affrontare la tragedia che non la vogliamo da nessuna parte, cosicché ce la ritroviamo da tutte le parti. Tutto è tragedia, ormai.
Mentre i barlumi di verità in questione, che in altri tempi avrebbero potuto servire a qualcosa, adesso ovviamente torneranno presto nell'oblio, ancor prima del passaggio di questo ennesimo demenziale dibattito italico.
Perché tanto, tutti presi dalle nostre cose - che poi che saranno mai queste nostre cose? - non ci resta altro che l'indifferenza, manco più la rabbia. Al limite, quando abbiamo due secondi per pensarci, l'impotenza.

sabato 17 febbraio 2018

Intoppi

In queste vite di corsa,
così frenetiche da diventare liquide,
come un fiume di affrettate frattaglie,
come metallo fuso che scorre su incedibili superfici,
in queste vite qui
che spesso ci ritroviamo a vivere nostro malgrado,
anche se il più delle volte - a dirla tutta - ne siamo complici
e compiacenti e compiaciuti,
a volte - in queste vite qui -
un incidente,
un intoppo,
una interruzione,
un imprevisto,
un equivoco,
un mancamento nella nostra postura,
un vacillamento dei nostri progetti,
una deviazione dal nostro diritto,
una crepa nel nostro lastricato,
può fermare la corsa
e costringerci per un attimo
a tirarci fuori dalla nostra umanità liquidata,
e a guardare in faccia le persone
che ci ritroviamo ogni giorno tutto attorno,
e ad aiutare o ad essere aiutati,
solidificando
per quell'attimo
questa vita liquida,
fusa,
superficiale,
affrettata
e affrattagliata,
e toccare di nuovo - per quell'attimo - quella cosa che forse si chiama
solidarietà,
e che ci rendiamo conto, in quell'attimo, che può pure chiamarsi
solidità,
con le persone che ogni giorno ci ritroviamo tutto attorno,
ma di cui abbiamo per quella volta guardato le facce,
e che per quella volta abbiamo aiutato
o che dalle quali per quella volta siamo stati aiutati.

L'attimo in questione può arrivare o può non arrivare,
ma il più delle volte esso
finisce
lo stesso
inghiottito
e dimenticato
nel consueto nostro baratro,
nel nostro quotidiano oblìo. 

venerdì 16 febbraio 2018

Schiavi e prostitute

Padroni e operai. Sfruttatori e sfruttati. Estorsione del pluslavoro. Estrazione del plusvalore. Schiavitù camuffata da libero scambio tra forza-lavoro e salario. Il mondo contemporaneo è tale e quale a quello descritto da Marx nel XIX secolo, solo che le sue dinamiche si sono attorcigliate e paradossalizzate.
Gli ultimi attorciglimenti e paradossi sono: il sorriso professionale, il contatto visivo con il cliente, il lavorare per passione, il lavorare divertendosi, il lavorare come missione, la motivazione, l'attitudine, l'impegno, il coinvolgimento, il devivolerlo, il cidevicredere, il tidevepiacere, l'obbligo di essere felici sul posto di lavoro.
Possiamo dire: se prima il padrone voleva la forza fisica del lavoratore, l'energia meccanica sprigionata dai suoi muscoli, al massimo la saldezza e la resistenza del suo sistema nervoso,
adesso vuole: la sua intelligenza, il suo acume, il suo carisma, la sua simpatia, la sua empatia, la sua riflessività, la sua memoria, la sua comunicazione, la sua affettività.
Banalmente, se prima voleva il suo corpo, adesso vuole la sua anima.
Alla fatica del corpo si sostituisce la fatica dei sentimenti.
Nel caso dei freelance, dei liberi professionisti, dei lavoratori "autonomi" di vario livello, poi, il padrone manco si vede più, in quanto gli si è infilato nel cervello e li ha convinto schizofrenicamente di essere un tutt'uno con essi. 
Stessa cosa avviene, paradossalmente ma mica tanto, per i precari e per i disoccupati. Ma in fondo un discorso analogo si può fare praticamente per tutti i lavoratori, sempre a rischio licenziamento.
Al padrone si sostituisce il mercato, che è l'interconnessione di tutti i padroni, il capitalista collettivo e invisibile. Alla precarietà lavorativa si sostituisce la precarietà psicologica ed esistenziale, che è una molla a darti una mossa, ad affrontare il mercato, a venderti, a saperti vendere, a volerti vendere. 
E il lavoratore da schiavo si fa prostituta, o forse schiavismo e prostituzione hanno semplicemente raggiunto nuovi e prima irraggiunti livelli.

venerdì 3 febbraio 2017

lunedì 24 ottobre 2016

lunedì 10 ottobre 2016

venerdì 23 settembre 2016

giovedì 12 maggio 2016

Schiavi

Negli occhi di un uomo a cui mancano cinque-dieci-quindici anni alla pensione, che fa un lavoro di merda, che il suo lavoro è agitarsi e/o sudare senza un perchè, spappolarsi la schiena e/o spremersi le meningi, frenare i battiti del cuore e/o soffocare i respiri grossi, negli occhi di quest'uomo che si trascina verso la pensione, che tutto ciò che guadagna spende, che a fine mese ci arriva sempre più affannato, che per lui guadagnare soldi è diventato ormai come respirare, e respira sempre più a fatica (e gli dicono: e almeno tu un lavoro ce l'hai! Pensa a tutti quelli che sono disoccupati! Almeno tu puoi respirare! Ringraziare, dovresti ringraziare per questo!), negli occhi di quest'uomo ossessionato dalle tasse le tasse le tasse l'affitto da pagare i figli da mantenere, il maledetto denaro che è insieme il danno e la beffa, una seconda necessità, un secondo corpo sofferente, un secondo respiro che vuole ossigeno, una seconda probabilità di soffrire, ammalarsi, soffocare, morire, una seconda mortalità che ti imprigiona e ti inchioda al tuo lavoro, una prigione senza mura e senza finestre: la schiavitù, negli occhi di quest'uomo, io vedo la schiavitù nel mondo occidentale contemporaneo, la schiavitù in seno alle nazioni più ricche e opulente del pianeta Terra.
(Ringraziare, dovresti ringraziare per questa tua schiavitù! Ingrato maledetto!)
Sono le sei del mattino, l'uomo esce da casa per andare a lavorare, io lo guardo negli occhi e subito distolgo lo sguardo, ed ecco che arriva un ragazzino con la Smart che si ferma, esce dalla Smart, mi si avvicina barcollando e mi chiede se ho da accendere.
Io lo faccio accendere e gli chiedo:
- Cosa hai fatto?
E lui: - Mi sono fatto la serata.
E io: - E ti sei divertito?
E lui: - Si, mi sono troppo divertito.
E io: - E cosa hai fatto di preciso?
E lui: - Ballare, bere, privè, femmine. Le solite cose.
In realtà è rimasto a casa di un suo amico, precisamente in un magazzino, a giocare a Pes e a farsi le canne, lui e altri tre amici, una serata così, tanto ridere perché si sono fatti tante canne, ma è dura per tutta una notte mantenere alto il livello dell'allegria.
Il ragazzino si gira per andarsene, arriccia le spalle. Il sogno di questo ragazzino, che non ha mai mostrato nessuna curiosità per il mondo, nessuna seppur tiepida attitudine, nessuno stupore, nessun pathos e ovviamente nessun talento, il suo sogno è arruolarsi al più presto nell'esercito, essere preso al più presto dall'esercito, possibilmente prima dei vent'anni.
Mi dice: - Così faccio trentacinque anni di servizio e massimo a cinquantacinque anni sono in pensione, ancora con tutta la vita davanti.
- E puoi spassartela.
- E posso spassarmela.
Il suo sogno è arruolarsi nell'esercito, andare in pensione massimo a cinquantacinque anni, e spendere gli ultimi decenni della propria vita a fare turismo sessuale nel Sud Est asiatico. E farsi finalmente tutte le troiette che oggi  non gliela danno.
Prima che possa andarsene, lo fermo per l'ultima volta e gli chiedo:
- Per te cos'è il denaro?
Lui sorride furbo - Il denaro? Che domande. Il denaro serve a godersi la vita.

venerdì 6 maggio 2016

Recensione: La grande avventura della fisica, Vittorio Silvestrini e Bruno Bartoli

Oggi pubblico una recensione su Satisfiction: "La grande avventura della fisica. Da Galileo al Bosone di Higgs" di Vittorio Silvestrini e Bruno Bartoli. Puoi leggerla qui

mercoledì 4 maggio 2016

Brutte copie

L'invadenza dei fotografi alle cerimonie di matrimonio è la cifra di un mondo alla deriva. La cerimonia religiosa si piega alle esigenze della sua rappresentazione audiovisiva. Gli sposi aspettano il cenno del fotografo per camminare, per girarsi, per darsi la mano, per baciarsi. Il prete chiede permesso al ragazzino del flash per poter dare la sua benedizione e per officiare il suo rito millenario, così, senza nessun orgoglio, senza nessuna indignazione, la Tradizione che è si resa precocemente conto che ormai ogni rito è svuotato di senso, che è rimasta soltanto la rappresentazione audiovisiva a spargere un po' di senso su questa realtà-sempre-meno-realtà-e-sempre-più-boh. Poco ci manca che il fotografo dica: "Ciak si gira", "Non va bene, rifacciamolo". Poco ci manca, per incoronare definitivamente il fotografo come Sovrano della Realtà. La realtà, questo gran bordello. Il selfie costante e l'ansia di fare sempre la foto del Bel Momento che stiamo vivendo, l'ansia ossessiva e psico-patologica di non perdere l'occasione per costruire un Bel Ricordo - alimentata dalla disponibilità illimitata e mobilitante e paralizzante data dallo smartphone - questa ansia è la smorfia della maschera beffarda che è la nostra condizione di occidentali del terzo millennio. Una smorfia che non si capisce se è un riso o un pianto, perché una volta era così: prima si viveva e poi si ricordava; mentre adesso invece si rischia di non vivere più perché c'è l'urgenza del ricordo, o meglio: adesso la costruzione del ricordo - la facilità di costruzione del ricordo, data dallo smartphone - rischia di annullare l'esperienza (perché ricordo ed esperienza hanno tempi diversi e qualità diverse, così come vita e narrazione sono due cose distinte e separate, e se la seconda prevale sulla prima, beh, abbiamo qualche problema). E nella testa, nelle nostra testa, cosa ci fa Tutto Questo? Il nostro primo bacio è arrivato dopo aver visto in tv almeno un migliaio di Primi Baci. Ogni esperienza che viviamo ha generalmente un suo corrispettivo mediatico, un modello, un’idea, uno stereotipo di solito già abusato e logoro. Tutto in effetti sembra abusato e logoro. Tutto ciò che riguarda la nostra vita di tutti i giorni, le nostre grandi e piccoli esperienze. C’è spazio per il nuovo, in questo mondo qua? O siamo condannati a essere tutti e sempre Brutte Copie di qualcosa? Condannati a vivere una vita di merda (o una non-vita) ma in compenso possederne un Bel Ricordo? Vivere una vita di merda ma venire bene nelle foto?

martedì 29 marzo 2016

Che ci festeggiate a fare?

Viale delle Scienze è un tunnel dell'orrore. L'Università degli studi di Palermo è un macello che macella, sminuzza, macìna. E' una fabbrica che non fabbrica. Che produce uno scarto abnorme - una percentuale vergognosa - di disoccupati e frustrati. Gente che butta via gli anni migliori della propria vita, che viene illusa e truffata, che dovrà fare i conti con i soffocamenti dell'ambizione, che rischia di finire vittima di un embolo e rimanere mutilata a vita dal mix letale di criminalità e trascuratezza denominato Università. Dati, cifre, indagini, proiezioni, ne ho i cassetti pieni, gli armadi ricolmi, le stanze ingorgate, tutta la casa ormai usurpata. Disoccupati e frustrati, sono una percentuale vergognosa, presso l'Università di Palermo. Ci sono interi corsi di laurea messi su non si capisce bene perché, interi corsi di laurea messi su soltanto per piazzare professori senza cattedra. I ragazzi lasciati allo sbando, i professori che non conoscono il mondo del lavoro, che sono tutti presi dalle loro battaglie interne, dalle loro competizioni di accademici, dalle loro frustrazioni esistenziali, dai loro obiettivi, dai loro percorsi, dalle loro vite di studio matto e disperatissimo che si chiedono ogni giorno se ne valga la pena. Non esiste didattica, orientamento, realismo. I ragazzi lasciati allo sbando, i professori persi tra le loro cose. Ma questa è l'università di massa, che volete? E' il diritto allo studio, che volete? Viale delle Scienze è un tunnel dell'orrore, un via vai su e giù di studenti che vanno a lezione, che tornano da lezione, che disbrigano pratiche, che telefonano correndo, che organizzano giornate. E' la macinazione perpetua dei giovani, fibrillanti e pieni di energia ma già macinati, già intaccati nel profondo senza che neanche se ne accorgono, già adulterati nelle loro occhiaie, nelle loro notti brave, nelle loro sigarette rullate, nei loro trolley strascicati sui marciapiedi, nelle loro premature stanchezze. E di tanto in tanto ci sono loro, questi assembramenti decontestualizzati di gente che sembrano flash mob ma non sono flash mob bensì discussioni di laurea, o più esattamente sono i post-discussione di laurea, lo spumante, il brindisi, il cin cin. Donne brutte e uomini brutti, nasi a becco, pappagorge, quintali di fondotinta, cravatte che nascondono pance, vestiti esageratamente eleganti tirati fuori dall'armadio e neanche lavati. Zaffate di sudore rancido e di profumo grossolano comprato per l'occasione. Spumante, brindisi, cin cin. Uomini vecchi siciliani e donne vecchie siciliane, vecchi di cinquanta, sessanta, settanta, ottant'anni, gente che è nata, cresciuta e vissuta dentro la grande bolla edilizia e clientelistica siciliana, quarant'anni di non-economia e di illusione imprenditorial-mafiosa che si è trascinata dietro vite intere, sogni, speranze, fatiche, progetti, visioni del mondo, sistemi di pensiero. Una bolla che si è riempita, si è riempita, e ora è scoppiata. Quanti sono quelli che se ne sono resi conto? Gente ingenua che si sente furba e gente ingenua che si sente ingenua, tutti comunque a brindare, a festeggiare, colmi di speranza per il giovane che si è appena laureato, che chissà che gran futuro che lo aspetta, che chissà se riuscirà a tirarsi fuori da questa merda di isola che noi ci siamo vissuti con la merda fino alle ginocchia, una vita, un'intera vita. Poveretti. Nelle facce di questi vecchi padri o vecchi zii o vecchi nonni c'è la beffa. Loro non lo sanno ma hanno la beffa in faccia, lo scherzo, la carnevalata. Perché cos'è questo vestirsi eleganti, scomodi, a disagio, se non un carnevale? I sudditi fanno finta di essere re, per un giorno, poi il giorno dopo di nuovo sudditi. Il carnevale serve a sfogarsi e a ripartire, è la temporanea sospensione della gerarchia sociale per rafforzare e confermare la gerarchia sociale. Cos'è l'Università degli studi se non un carnevale per sudditi? A parte qualche sparuta eccezione, infatti, i figli dei ricchi non frequentano l'Università di Palermo ma volano verso ben più prestigiose mete italiane ed estere. Palermo è per sudditi, Palermo è per poveri, Palermo è per poveri illusi, poveri diavoli, poveri senza il culo parato. Il brindisi del post-laurea è un carnevale, la festa di laurea è un carnevale, la laurea è un carnevale. Con l'università di massa e il diritto allo studio la laurea ha senso soltanto come rituale carnevalesco, pratica sfogatoria, totem apotropaico. Si laureano cani e porci, un pezzo di carta non lo si nega a nessuno, le percentuali di disoccupati e frustrati sono vergognose. Che ci festeggiate a fare?

lunedì 14 marzo 2016

Non avete niente da dare ed è un furto quel poco che avete da chiedere alla vita

Sono stato in un pub frequentato dai giovani d'oggi. Nelle loro facce l'ostentata furbizia di rito, l'ostentata svagatezza e noncuranza della movida urbana, ormai vissuta e consumata come un diritto inalienabile. Il baratro di questa generazione lo si trova appunto in questa furbizia, svagatezza, noncuranza. Lo si trova precisamente nell'assenza di amore, nei giovani d'oggi, amore nel senso di eros, nel senso di creazione di una vita nuova (specificatamente) e creazione di qualcosa di nuovo (generalmente). La nostra generazione non ha figli e non vuole avere figli, ecco il punto: è impotente, è sterile. La nostra generazione non ha generazione, non è generativa, è degenerata, a-generante. Siamo un mescolìo confuso di roba morta, siamo Frankestein, ma neanche Frankestein, e nemmeno lontanamente Golem, nessun soffio di vita, soltanto roba morta accatastata che fa finta di muoversi, che crede di dar l'impressione di muoversi, mentre invece è inerte, immobile, piena di polvere. Confusamente, fa tutto confusamente, senza una direzione, questa generazione - parla, pensa, vive - il tutto in un fibrillìo nevrastenico che paradossalmente finisce per riempirsi sempre di polvere. (E la polvere, in definitiva, cos'è? Roba morta). Il baratro di questa generazione è precisamente questo: Non Avere Più Le Forze Per Creare. E il bello è che, poi, il linguaggio della nostra generazione - complice i social network, ma anche complice la trasformazione antropologica che è avvenuta in Italia e nel mondo occidentale dagli anni Ottanta ai giorni nostri - il suo linguaggio è diventato sempre più pompatamente euforico e finto-entusiasta, mutuato sempre di più dal marketing, dalle strategie di vendita, dal cinismo calcolatore ammantato di packaging emotivamente sbrilluccicante. Ma magari avessimo un briciolo di cinismo calcolatore, magari. Invece, nella gran parte dei casi, finiamo per credere al nostro packaging, e ci soffriamo dietro, e ci viviamo e ci moriamo dietro, e le nostre emozioni sono finte emozioni, talmente avvolti in infiniti strati di carta di imballaggio, carta lucida, carta di pane, carta di uovo di pasqua, che finiamo per scambiare i nostri soffocamenti per i nostri respiri. E infine il senso di periferia, fondamentale per i giorni nostri e che sarà sempre più fondamentale per il futuro. Il senso di periferia che si nota dappertutto, nelle pieghe delle occhiaie dei giovani d'oggi, nel loro colorito livido e giallognolo, nelle increspature biliose dei loro sorrisi, nei loro occhi strizzati dall'euforia auto-indotta delle serate della movida ormai vissuta e consumata come un diritto inalienabile. Ci sentiamo sempre più periferici, ecco, sempre più lontani da un Centro che è sempre più irrintracciabile. E' periferia anche Milano e Roma, è periferia pure New York e Londra, è tutto periferia, questo mondo qui. E potremmo sempre stare in un posto migliore, lì dove si decide qualcosa e non siamo soltanto trascinati dalla corrente. E invece siamo costretti a stare in questa merda di bidonville, di favela, ci sentiamo sempre incatenati, dovunque noi siamo, e tutto ciò ci rende invidiosi, rancorosi, livorosi. La bile verde trabocca da ogni gesto, da ogni mano in tasca a prendere l'accendino, da ogni labbro che si appoggia al bicchierone da cocktail, da ogni sguardo corrucciato nello sforzo di sostenere una conversazione, da ogni alito di bocca aperta durante la chiacchierata amena. Bile verde ovunque, egoismo furbo svagato noncurante, niente amore, niente eros, niente creazione. Questo il baratro, questo il rischio, la rabbia, il disprezzo generalizzato e pregiudiziale verso queste Merde (citazione) che Non Hanno Niente Dare ed è un Furto Quel Poco Che Hanno Da Chiedere Alla Vita.

giovedì 3 marzo 2016

Recensione: Contro l'antimafia, Giacomo Di Girolamo

Oggi pubblico su Satisfiction una recensione di "Contro l'antimafia" di Giacomo Di Girolamo, Il Saggiatore. Puoi leggerla qui.
Questo libro l'ho letto con dolore e senso di impotenza, forse perché è scritto con dolore e senso di impotenza. Ma, questo libro, mi chiedo, sarà utile o dannoso? Servirà a qualcosa? Sarà compreso bene o sarà volgarmente strumentalizzato? Questo libro è un'incognita. Non ho nessuna fiducia nei lettori. E ancor meno fiducia nei non-lettori da social network che gli arrivano input e subito saltano dalla sedia sputando sentenze, come scimmie urlatrici e cavie pavloviane. Ma d'altronde l'autore dice tutto nel prologo, azzeccatissimo, denudante: "Non ho mai avuto paura, adesso si".