domenica 19 ottobre 2008

Il dossier in 16 puntate sul processo Talpe su 90011.it

Oggi termino la pubblicazione del mio lavoro più importante e ambizioso per il 90011.it, il notiziario online di Bagheria. Un dossier in 16 puntate sulle vicende di mafia e politica che hanno portato agli arresti di Michele Aiello, il più ricco imprenditore siciliano, e del coinvolgimento del presidente della Regione Salvatore Cuffaro. Vengono snocciolate tutte le vicende chiave, tutte le intercettazioni e tutti gli indizi venuti in possesso dei magistrati antimafia. Vengono fatti tutti i nomi e cognomi dei soggetti coinvolti nella vicenda. Tutti gli articoli hanno migliaia di letture e pochissimi commenti.

La mia inchiesta in 16 puntate “Mafia e Talpe in Procura” su Michele Aiello e Salvatore Cuffaro – pubblicata su 90011.it durante l’estate 2008 – è stata citata nelle note di due libri: “Sanità Spa” (2011) di Daniela Francese, Newton&Compton Editori, e “Matteo Messina Denaro – L’invisibile” di Giacomo di Girolamo (2010) edito da Editori Riuniti. La stessa inchiesta è stata citata nelle note della voce Michele Aiello e Processo Talpe alla Dda su Wikimafia – Libera enciclopedia sulle mafie

Questi gli articoli del dossier. 





Anno 2003: Bagheria intercettata



Speciale Talpe alla Dda. Inizia un viaggio in 16 puntate nel processo. Ecco come e perché, nel 2003, Bagheria fu uno dei centri più "osservati" d´Italia


22/06/2008 


A cinque mesi di distanza dalla sentenza di primo grado, iniziamo un “viaggio” in 16 puntate nel processo “Talpe alla Dda” conclusosi con 13 condanne e una sola assoluzione. Passato alle cronache più per la pena (5 anni) inflitta all´ex governatore Salvatore Cuffaro che per l´asse mafia-politica-economia che è venuto alla luce, il processo ha avuto uno dei suoi fulcri principali a Bagheria, città in cui vivono molti degli imputati alla sbarra e nella quale si sono svolte buona parte delle intercettazioni. Il dossier di Nino Fricano analizzerà di volta in volta i vari aspetti emersi nel corso delle indagini e del dibattimento e che riguardano da vicino la città delle ville. Tutte le informazioni provengono da atti giudiziari al momento noti, in attesa che vengano depositate le motivazioni della sentenza di primo grado. 

90011.it aderisce e sostiene la campagna "Arrestateci tutti. Disobbedire per informare” lanciata da Marco Travaglio contro il divieto di pubblicazione delle intercettazioni.

Microspie. Telecamere nascoste. Agenti in incognito. Nel 2003, gli occhi degli investigatori della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo sono tutti puntati su Bagheria. Il suo centro abitato è costantemente tenuto sotto osservazione, intercettato, filmato. Si seguono le mosse, si registrano gli incontri, si ascoltano le conversazioni di Michele Aiello, personaggio centrale di una grande indagine che sarà poi chiamata “talpe alla Dda” e che scoperchierà sconvolgenti intrecci tra mafia, politica e imprenditoria. Aiello, e le persone a lui vicine, sono il “punto di convergenza” tra numerose vicende. Rapporti decennali con grossi esponenti della mafia. Gigantesche truffe ai danni della Regione. Gravissime rivelazioni di segreti d’indagine. E la città di Bagheria si rivelerà essere – andando avanti con le indagini - il luogo principe di tutto questo. Della mafia più spregiudicata. Del marcio più profondo. 

Bagheria Intercettata. L’11 marzo 2003, un inferocito Salvatore Eucaliptus – figlio di Nicola, già condannato per mafia – trova una microspia nella propria Opel Corsa. Butta giù qualche parolaccia e poi la distrugge. Per gli investigatori è impossibile che si sia trattato di un caso. Dev’esserci stata una soffiata, di sicuro. Intanto, proprio in quei mesi, alcune telecamere nascoste filmano lo stesso Salvatore Eucaliptus ed il padre Nicola che si recano a Villa Santa Teresa, la clinica extra-lusso di Michele Aiello. Uno, due, tre volte. Le intercettazioni rivelano che gli Eucaliptus sanno perfettamente che Aiello è tenuto sotto controllo. Sanno pure che tutti quelli vicini all’“ingegnere” possono incappare in una “cimice” ad ogni passo.

Le informazioni girano, infatti. E Aiello ha degli informatori eccezionali. SonoGiuseppe Ciuro e Giorgio Riolo. Sono due marescialli, uno in servizio alla Dia, l’altro presso i Ros. Entrambi molto vicini agli ambienti della Procura ed entrambi dotati di un ampio portafoglio di conoscenze importanti, utilissime quando si tratta di recuperare informazioni. Soprattutto se riservate. 

L’indagine della Procura Antimafia nei confronti di Aiello comincia nel dicembre 2002. Doveva trattarsi di una cosa segreta, come al solito. L’indagato non doveva sapere di essere indagato, come al solito. Ma questa volta è diverso. Ad appena qualche settimana dal suo inizio, l’imprenditore bagherese viene a sapere di essere nel mirino degli investigatori antimafia. Già nel gennaio 2003, infatti, potrà incaricare i suoi “collaboratori” Ciuro e Riolo, di dare inizio alla loro “indagine sull’indagine”. I due, nei mesi successivi, terranno Aiello al corrente degli sviluppi investigativi e degli umori interni alla Procura; e cercheranno anche di mettere i bastoni tra le ruote ai Pm Di Matteo, Prestipino, De Lucia e Pignatone. Michele Aiello viene informato dell’avvio dell’indagine da una terza “talpa”: Antonio Borzacchelli, ex maresciallo dei carabinieri, eletto deputato regionale nel 2001 nelle file dell’Udc. 

Ma, oltre alle microspie, in città ci sono anche gli agenti in borghese. A Bagheria, infatti, girano decine di poliziotti della SCO (Sezione Criminalità Organizzata), e Aiello questo lo viene a sapere quasi subito. A dargli la notizia è una quarta “talpa”, Lorenzo Iannì, direttore dell’ASL di Bagheria, che lo aveva saputo dal dirigente del Commissariato cittadino. Man mano che passa il tempo, il clima si fa sempre più pesante. Il 15 ottobre, Borzacchelli e Riolo si incontrano a Piana degli Albanesi. Borzacchelli è allarmato, e cerca di mettere in allarme anche il maresciallo dei Ros. “Siete tutti intercettati” dice, ma Riolo non lo prende troppo sul serio. “Ha la mania delle intercettazioni” pensa, come ha dichiarato durante un interrogatorio dopo il suo arresto.

La rete riservata. Riolo, Ciuro e Aiello non hanno certo la mania delle intercettazioni, come Borzacchelli. Però a certe cose ci stanno attenti. A fine agosto, infatti, sperimentano una speciale “rete riservata” di telefoni cellulari (e schede SIM) per neutralizzare le intercettazioni nei loro confronti. Sono cellulari, acquistati sotto altri nomi, che costituiscono una sorta di “circuito chiuso”. Ogni cellulare di questi, infatti, non dovrà chiamare altre utenze, né fisse né mobili, ma potrà contattare soltanto gli altri cellulare della “rete riservata”. Queste utenze saranno usate, oltre da Aiello, Ciuro e Riolo, soltanto dai più stretti collaboratori del manager: il dottore Aldo Carcione, il ragioniere D’Amico, il geometra Rotondo e la sua segretaria personale, Paola Mesi.

Usando questo sistema, in teoria, è impossibile essere intercettati. E ciò rende Aiello e i suoi piuttosto sicuri. Liberi di parlare di cosa gli pare. Ma gli investigatori riescono lo stesso ad ascoltare le loro conversazioni. Tutta colpa di un’imprudenza della moglie di Ciuro, che alle 11.00 del 30 agosto 2003 chiama il marito con il telefono “riservato”: (Legenda: Ciuro: P; Moglie di Ciuro: F)

P: ma da dove stai chiamando?... 
F: ah dal cellulare quello... 
P: da quale ?... NO DA QUELLO FRANCAAA!! (grida... ndr) 
F: ma scusamii... e che ne so non l´avevo capito... 
P: E PORCA MISERIA eh!…(continua a gridare e attacca il telefono...ndr)

Grazie a questo autentico colpo di fortuna, dalla Procura potranno ascoltare le conversazioni effettuate dalla “rete riservata” da Aiello, Ciuro e Riolo fino al loro arresto, il 5 novembre 2003.

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L´ingegnere Aiello e le sue talpe



Speciale Talpe alla DDA, seconda puntata. I segreti d´indagine rivelati all´ingegnere da Riolo e Ciuro in cambio di preziosi regali. La spregiudicatezza di Borzacchelli, "talpa" di secondo mestiere.


24/06/2008

Nella sua decennale carriera di imprenditore, Michele Aiello ha saputo tenersi vicino la cosiddetta “gente che conta”. Gente utile a districarsi nel tortuoso e avvelenato mondo degli affari. Oltre ai politici e agli amministratori, il manager bagherese dimostrava una particolare predilezione per i “bene informati”. Persone che – per i loro contatti e conoscenze – riuscivano ad ottenere informazioni riservate, inaccessibili per i “comuni mortali”. Bene informato era Antonio Borzacchelli, autore della “soffiata” sull’avvio dell’indagine della Dda. 

Durante gli anni ’90, il maresciallo Borzacchelli seguì le più scottanti indagini sulla Pubblica Amministrazione, spesso con notevoli vantaggi personali. La sua arma principale si chiamava ricatto. Non appena iniziavano le indagini, si recava spesso a casa degli indagati e li circuiva con argomenti molto convincenti. “Sei coinvolto in quest’inchiesta. Credimi, è una cosa seria. Ma se ascolti me puoi uscirne pulito. Io ti do queste informazioni riservate, ma tu mi devi pagare”. E i più pagavano, eccome se pagavano. Lo fece anche con Michele Aiello, al quale negli anni ’90 rivelò molti particolari su inchieste che lo avrebbero potuto riguardare.

Ma lo spregiudicato Borzacchelli, eletto deputato regionale nel 2001 nella lista “Biancofiore” e confluito nel gruppo Udc, era un “cane sciolto”. Rivelava segreti d’indagine come se si trattasse di un secondo mestiere. Più fedeli erano invece Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, ovvero: due autentici pezzi da novanta. Giorgio Riolo, esperto di tecnologie di ultimissima generazione, che nei Ros si occupava (guardacaso) di microspie, telecamere e intercettazioni. Giuseppe Ciuro, nientemeno che il braccio destro del procuratore Antonino Ingroia, già balzato agli onori della cronaca per le indagini sul patrimonio di Silvio Berlusconi e sul senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, quest´ultimo condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2001 Ciuro era stato sottoposto perfino alla scorta dei Carabinieri, per avere ricevuto minacce nell’ambito dell’indagine Dell’Utri.

I due – fin dal 1998 – intrattenevano con Aiello uno stretto rapporto di collaborazione. Ma che tipo di collaborazione?

L’ingegnere Aiello, già da molti anni, si dimostrava particolarmente curioso del lavoro che Ciuro e Riolo svolgevano ogni giorno. “Perciò, che abbiamo fatto di buono oggi?” chiedeva. E i due, superato lo stupore dei primi giorni, cominciarono a raccontargli tutto con regolarità. E gli raccontavano davvero tutto: delle persone coinvolte nelle indagini, dei metodi utilizzati, delle strategie adottate, dei progetti futuri, delle speranze e delle aspettative. Il manager di Villa Santa Teresa ascoltava con interesse, e non si perdeva nessun dettaglio. Anzi, col passare del tempo ne voleva sempre di più. “Ciuro e Riolo - dicono i pm del processo Talpe - coinvolgevano Aiello come se fosse uno della Dia o dei Ros”. 

Perché quest’interesse? Ciuro e Riolo se lo chiesero, ma solo all’inizio. Poi Aiello diventò più generoso. I suoi “regali” più frequenti e abbondanti. Denaro, rolex, gioielli, automobili. E i due, tutt’ a un tratto, smisero di farsi troppe domande.

Intanto, le indagini per catturare Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro subivano parecchie “anomalie”. “Tra le notizie riservate che Riolo ha confidato ad Aiello - scrive la Procura - certamente spiccano quelle sulle indagini per la cattura dei due latitanti […] indagini che hanno avuto come fulcro la città di Bagheria”. Qualcosa non quadrava alla Procura antimafia. Non appena le loro microspie e le loro telecamere si avvicinavano a Bagheria, venivano neutralizzate o comunque accadeva qualcosa di strano. Sembrava che i membri della famiglia mafiosa bagherese fossero a conoscenza di segreti tutti interni alla Procura. Fu alla fine degli anni ’90, così, che tra gli investigatori della Dda di Palermo cominciò a serpeggiare il terribile sospetto. Quello delle “talpe”.

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Il fiato sul collo della Procura antimafia



Speciale Talpe alla DDA, quarta puntata. Dalle false soffiate di Ciuro all´arresto.


30/06/2008

Man mano che passano i mesi, la situazione di Michele Aiello diventa sempre più pesante. I sospetti della Procura sono gravi, gravissimi. Le indagini coprono sempre più campi. Ormai si indaga sui suoi rapporti con i mafiosi di Bagheria, sulle sue imprese edili, sulle “carte false” delle sue cliniche. I riscontri ci sono. Eccome se ci sono. Giuseppe Ciuro – che “è del mestiere” – lo sa benissimo, ma cerca di indorare la pillola al suo “assistito”. A poco a poco, infatti, prende l’abitudine di raccontare ad Aiello l’attività in Procura in modo distorto. E la sua diventa – in pochi mesi – una versione edulcorata e rassicurante della realtà.

Nell’estate 2003, con decine di telefonate, Pippo Ciuro rassicura Aiello: “Tranquillo – gli dice – gli investigatori sono a mare. I carabinieri sono scoraggiati perché non trovano riscontri, e spingono di archiviare il caso. I magistrati invece sono più accaniti. Non ne vogliono sapere di gettare la spugna”. Ma presto si dovranno ricredere, assicura. “Vedi che faranno la figura dei perecottari”. Tutto sarà archiviato, perché in mano non hanno “assolutamente niente”. Tutto falso, ovviamente.

Ciuro riferisce all’imprenditore di Villa Santa Teresa il numero e la durata delle riunioni in cui i magistrati della Dda discutono del suo caso. Ed in questo ha gioco facile, visto che il suo ufficio si trova lì vicino, nello stesso edificio. Sui contenuti delle riunioni, però, diventa sempre più difficile informarsi. Gli incontri, ovviamente, avvengono a porte chiuse, e poi i magistrati ormai stanno molto attenti. Non parlano più davanti agli impiegati di quell’ufficio, e quindi nemmeno davanti a Rosa Torres e Antonella Buttitta, le due “orecchie” di Ciuro in Procura. Così, a poco a poco, Giuseppe Ciuro comincia ad inventare di sana piante le loro discussioni, per “compiacere e rassicurare il ricco imprenditore sempre ben disposto a elargire denaro ed altri favori” scrivono i pm.

Anche Giorgio Riolo, col passare del tempo, comincia ad inventare qualcosina. Aldo Carcione, invece, che dà una mano alle due “talpe”, una volta dice ad Aiello di avere incontrato un magistrato della Procura e di aver ricevuto una versione rassicurante. Dopo l’arresto, rivelerà che lui sì conosceva il magistrato, ma che non lo aveva mai contattato. Anche lui ha inventato la notizia per tranquillizzare Michele Aiello.

Col passare dei mesi, dunque, Ciuro, Riolo e Carcione cominciano a capire che l’arresto e il successivo processo è quasi inevitabile. Con Aiello, spesso chiamano i suoi legali, si mettono a tavolino e cominciano a studiare le strategie difensive da adottare durante il dibattimento. Questo è un segno nefasto per l’imprenditore, che però resta in gran parte all’oscuro delle nubi che si addensano sopra la sua testa.

La sera del 4 novembre 2003, alle 19.46, Pippo Ciuro chiama un suo collega della Dia. È venuto a sapere di un incontro improvviso tra il Procuratore della Repubblica, i magistrati della Dda e il dirigente del centro operativo. Preoccupatissimo, Ciuro chiede al collega di cosa si tratti. Il carabinieri gli fornisce una versione rassicurante (totalmente fittizia, come stabilito dalla Dda) e lo tranquillizza. Ciuro allora conclude: “Allora posso andare a mangiare tranquillo. Perché non ci arrestano… per stasera”. Ma le cose vanno diversamente. Pippo Ciuro, insieme a Giorgio Riolo e Michele Aiello, vengono arrestati l’indomani alle prime luci dell’alba.

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Onofrio Morreale e il secchio, quella strana coincidenza



Speciale Talpe alla DDA, quinta puntata. Una "chiacchierata" tra Riolo e Aiello fa saltare un´operazione dei Ros


03/07/2008

Già dalla fine degli anni ’80 “Bagheria sembrava essere diventata la Corleone di un tempo. La zona franca di Provenzano”. I grandi boss che reggevano la struttura di Cosa Nostra si riunivano a Bagheria, e lì organizzavano le grandi strategie, i più grandi affari criminosi di tutta la Sicilia. 

Come racconta il magistrato Michele Prestipino ne “Il codice Provenzano”: “La famiglia mafiosa di Bagheria era il collo dell’imbuto, lo snodo cruciale e conclusivo”. A Bagheria giungevano infatti pizzinida tutta Sicilia. Per ogni capo mandamento, per ogni boss più o meno locale, da Agrigento a Siracusa, Bagheria era come la Roma di un tempo. Il centro del mondo.

Uno dei mafiosi più prestigiosi di Bagheria era senza dubbio Onofrio Morreale, pupillo di Provenzano che, a poco più di trent’anni, incontrava boss, prendeva accordi, impartiva direttive, risolveva problemi. Tutto presso i locali delConsorzio artigiano Sud Tir, nel quale non aveva – ufficialmente – nessuna carica. Non era né amministratore, né socio, né dipendente. Eppure chiunque sapeva che il referente era lui. E tutti, lì dentro, lo trattavano come un capo.

Arrestato nel giugno 1999 per associazione mafiosa, condannato in primo grado e poi assolto in appello, tornava libero il 31 ottobre 2001. Appena pochi giorni per ambientarsi e poi di nuovo tra le stanze del Con Sud Tir, a riallacciare rapporti che mai si erano veramente spezzati. D’altronde, la sua “affiliazione” alla famiglia di Bagheria era fin troppo salda. Dal 1994, infatti, era il genero di Nicola Eucaliptus - arrestato nel giugno 2004 - di cui aveva sposato la figlia prediletta, Ignazia. 

Ma fin dall’inizio 2002, subito dopo la sua scarcerazione, gli investigatori del Ros si misero alle calcagna di Morreale. La sua frequentazione del Con Sud Tir, più che sospetta, era un vero e proprio atto di accusa. Ma ci volevano le prove – questo i pm lo sapevano bene - e le registrazioni audio video ne possono fornire di inconfutabili. Bisognava quindi mettere una telecamera che riprendesse il punto giusto della struttura del Con Sud Tir, in modo da filmare persone, gesti, atteggiamenti e dialoghi ben precisi.

Il punto fu trovato, sopra un tetto di un edificio abbandonato, adiacente ai locali del Con Sud Tir. Da lì la vista sarebbe stata perfetta, e gli investigatori avrebbero potuto trovare le prove che cercavano. Sopra il tetto in questione c’era un secchio, lasciato lì da chissà quanto tempo dai vecchi padroni dell’edificio. Alcuni agenti, di notte, sostituirono quel secchio con un altro identico. Nel frattempo, avrebbero “attrezzato” quello vecchio con una telecamera per poi cambiarlo nuovamente. In questo modo, mimetizzato alla perfezione, l’apparecchio avrebbe potuto registrare tutto da un’angolazione adeguata.

Al momento di terminare l’operazione, con gli agenti andati a risostituire il secchio munito di telecamera, succede qualcosa di inaspettato. Il secchio era sparito. Adesso saltano tutti i piani. Non c’è più modo di piazzare la telecamera. Gli agenti tornano indietro amareggiati e perplessi.

Ma com’era stato possibile? Chi si era arrampicato fino al tetto dell’edificio per togliere quel secchio? Che fosse stata una coincidenza, pensarono fin da subito gli inquirenti, era pressoché impossibile. Evidentemente qualcuno aveva sospettato. Oppure aveva avuto una “soffiata” e si era reso conto di quanto quel secchio fosse “pericoloso”. I pm della procura antimafia di Palermo seguono la seconda pista.

Due anni dopo, durante un interrogatorio, il maresciallo dei Ros Giorgio Rioloammette di aver parlato di quelle indagini su Onofrio Morreale proprio conMichele Aiello. E, come avveniva ogni volta, l’investigatore descrisse all’ingegnere tutti i particolari, tutte le mosse che gli agenti in servizio della Procura compivano giorno dopo giorno. I suoi resoconti contenevano anche i dettagli più insignificanti. Come quello del secchio. 

PS - Onofrio Morreale verrà arrestato nel blitz “Grande Mandamento” il 25 gennaio 2005. Il 16 novembre 2006 sarà condannato a 18 anni di reclusione. Confiscati i locali della Con Sud Tir, sempre nella stessa sentenza. 

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Quando il maresciallo catturò il boss Rinella e (stranamente) non disse nulla ad Aiello



Speciale Talpe alla DDA, sesta puntata. Le indagini di Riolo sul boss di Trabia, Salvatore Rinella, furono tra i pochi segreti che il maresciallo dei Ros ebbe con Aiello.


06/07/2008

Nel suo lavoro il maresciallo Giorgio Riolo non era un signor nessuno. Nei Ros era probabilmente l’investigatore più esperto nel maneggiare microspie e telecamere. Un vero asso della tecnologia, per questo affidavano a lui le indagini più delicate, quelle in cui bisognava lavorare con tutte le diavolerie elettroniche di ultima generazione. Tanto per fare un esempio, era stato proprio Riolo a piazzare le cimici nel salotto del boss di Brancaccio Guttadauro. Come “collaboratore” di Michele Aiello, il maresciallo si rendeva utile controllando che non vi fossero cimici nei locali delle sue cliniche, poi dava consigli su come neutralizzare le eventuali telecamere e microfoni nascosti. L’ingegnere, ormai da anni, gli chiedeva spesso della sua attività professionale, delle sue indagini. “Dunque, che abbiamo fatto di buono?” chiedeva Aiello a Riolo, ma anche al maresciallo della Dia Pippo Ciuro. La curiosità dell’ingegnere era enorme, ma i suoi due “collaboratori” ci si abituarono ben presto. Riolo, come Ciuro, gli raccontava sempre tutto. O meglio, quasi sempre.

Successe infatti, una volta, che il maresciallo Giorgio Riolo non disse ad Aiello di un’indagine che stava portando avanti in quei giorni. E, secondo l´accusa, non fu certo un caso. Era il febbraio del 2003, a Riolo era stata affidata un’indagine prestigiosissima, quella per la cattura del superboss Salvatore Rinella (nella foto), capomafia di Trabia e aspirante successore di Giuffrè nel mandamento di Caccamo, già condannato all’ergastolo e latitante da più di otto anni.

Dopo aver seguito le mosse di Rinella per i quattro angoli di Palermo, Riolo decise di piazzare una telecamera nascosta presso una palazzina in via Pitrè. L’occhio elettronico puntava l’interno di un appartamento in particolare. Bastarono pochi giorni per verificare che il sospetto era fondato. Il boss di Trabia, che dal 1994 aveva fatto perdere le sue tracce, era stato finalmente scoperto. L’arresto avviene il 6 marzo, pochi giorni dopo l´istallazione della telecamera ad opera di Riolo. 

Un successo professionale che gli valse i complimenti di molti suoi colleghi e anche di qualche superiore. Una gioia che però non volle condividere con il suo “benefattore” Michele Aiello, che in quel periodo vedeva praticamente tutti i giorni. Perché? 
“L’ho fatto per protagonismo”. Così il maresciallo dei Ros spiega la sua azione ai magistrati nell’aprile 2004, cinque mesi dopo il suo arresto. Poi ribadisce: “No no. Non ho mai parlato ad Aiello delle mie indagini sul latitante Rinella…tant’è…” dice, fermandosi appena in tempo davanti ai pm che annotano tutto con lo sguardo. Ma per l’accusa non ci sono dubbi sul significato di quel “tant’è”.

Oltre a questo, i pm della procura antimafia assumono altri indizi importanti. Secondo il pentito Nino Giuffrè, infatti, Michele Aiello intratteneva rapporti con la famiglia mafiosa dei Rinella da almeno 20 anni. Da quando, cioè, Aiello non era ancora il miliardario magnate della sanità privata siciliana ma era “soltanto” un imprenditore edile dedito alla costruzione di centinaia di stradelle interpoderali nell’entroterra agricolo della Sicilia. Più volte, infatti, aveva avuto a che fare con i Rinella, che del territorio di Trabia gestivano praticamente tutto, dagli appalti pubblici fino alla “messa a posto” delle aziende.

Nel gennaio 2002, più di un anno prima che Riolo facesse arrestare Salvatore Rinella, gli investigatori intercettarono una conversazione tra il fratello, Diego Rinella, e la figlia del boss ancora latitante, Angela. Si parlava della possibile assunzione di Angela in una delle cliniche di Aiello. Lo zio diceva alla nipote: “Lui (Salvatore ndr) mi ha detto di portargli cinquanta litri d’olio… per Michele Aiello… te lo tieni caro… capisci…”. E poi continuava: “Per i rapporti che ho con lui, qualsiasi cosa gli ho chiesto, mi ha accontentato sempre… sempre!”. Però c’erano sempre “quelli di Bagheria” e Aiello doveva accontentare prima loro e poi “quelli di Trabia”. Conosceva bene le regole del gioco, Diego Rinella, che verrà arrestato nel febbraio 2006 per associazione mafiosa. 

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La confessione di Riolo: «Io, attratto da giochi di potere, denaro e malaffare»



Speciale Talpe alla DDA, settima puntata.


08/07/2008

Gravi violazioni dei segreti di ufficio in cambio di favori. Secondo l’accusa, Giorgio Riolo continuò a fornire tantissime informazioni riservate, direttamente dagli uffici della Direzione Distrettuale Antimafia, anche quando ebbe la certezza degli stretti rapporti che intercorrevano tra Michele Aiello e i mafiosi di Bagheria, che lo “appoggiavano” fin dagli anni ’80.

Davanti ai pm, Giorgio Riolo negò soltanto all’inizio – ancora preso dallo sconvolgimento dell’arresto - ma ben presto ammise gran parte dei fatti contestati. Disse tutto. Come investigatore, come persona interna alla Procura, capiva perfettamente la gravità della sua situazione.

Di seguito uno stralcio di un suo interrogatorio. In altre parole, una confessione.

«Le mie resistenze nel confessare tutto non dipendono dal tentativo di nascondere le mie responsabilità ma solamente dalla vergogna che provo per il mio inqualificabile comportamento. Mi sento una persona inqualificabile, che si è lasciata attrarre da un mondo fatto di giochi di potere, denaro e malaffare che non mi appartiene. Ho stupidamente creduto di poter fare il mio lavoro di sempre e contemporaneamente di poter usare le mie conoscenze per millantare ed ottenere favori da personaggi bene in vista».

Di questi “favori da personaggi bene in vista” di cui parla Riolo, gli investigatori hanno potuto verificare soltanto qualche raccomandazione e qualche piccola assunzione. Niente che potesse giustificare anni e anni di “soffiate” così gravi e importanti. 

Probabilmente, ad attrarre il maresciallo dei Ros, era più semplicemente la figura di Michele Aiello, persona alla quale – dopo il suo arresto – vennero sequestrati beni per 250 milioni di euro: la clinica Villa Santa Teresa, otto imprese edili, sei legate al settore della sanità, due stabilimenti industriali, 147 conti bancari, le quote della squadra di calcio di Bagheria, un impianto di calcestruzzi, quattro edifici utilizzati come uffici dirigenziali, 14 appartamenti a Bagheria, 3 ville al mare, 22 magazzini, 22 appezzamenti di terreno edificabili, 28 autovetture, 21 veicoli industriali e una barca.

Il paperon de´ paperoni di Bagheria, con i propri “collaboratori”, non mancava mai nessuna occasione per dimostrare la propria gratitudine. I riscontri dei carabinieri parlano di grosse somme di denaro che l’imprenditore corrispondeva a Riolo di tanto in tanto. Poi una villa a Piana degli Albanesi praticamente regalata al maresciallo. E ancora un’automobile.

«Un giorno rimasi a piedi con la mia macchina, una Brava - ha raccontato Riolo - chiesi ad Aiello se i suoi meccanici potevano farmi la cortesia di darci una controllata. Lui mi disse: “Non ti preoccupare, anche se adesso non hai i soldi”. E mi mandò alla concessionaria». Il maresciallo lì scelse una Chrysler, prezzo 25 milioni di lire. Montò sull’autovettura e partì. Al titolare della concessionaria disse che per i soldi sarebbe venuto Michele Aiello.

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Stradelle e cantieri, le origini della fortuna di Michele Aiello



Speciale Talpe alla DDA, ottava puntata. I rapporti tra l´imprenditore di Bagheria e Cosa Nostra andavano oltre il pagamento del pizzo. Parola di Giuffrè


14/07/2008

Michele Aiello seguì fin dall´inizio le orme del padre, l’imprenditore edile Gaetano Aiello. Business principale delle sue società era la costruzione di strade di penetrazione agraria. Per più di vent’anni, infatti, gran parte delle stradelle che tagliavano i poderi delle campagne siciliane furono costruite dalle ditte di Aiello. Prima nella provincia di Palermo, poi – ampliando gli orizzonti – nella provincia di Trapani e poi via via presso località di tutta l’Isola. Agli inizi degli anni ’90, gli Aiello potevano vantare un giro di affari di qualche miliardo, con centinaia e centinaia di lavori realizzati da Trapani a Caltanissetta. 

La difesa. Secondo quanto dichiarato da Michele Aiello davanti ai PM, le ditte di sua proprietà sono sempre state vittime del pizzo. Nient’altro. La famiglia mafiosa di Bagheria, tra le più potenti di tutta Cosa Nostra, imponeva la percentuale del 7% a tutti i cantieri targati Aiello. Non c’era niente da fare. Ribellarsi non aveva senso, perché il controllo mafioso del settore edile era forte e indiscutibile. Negli anni ’60, il padre Gaetano Aiello venne addirittura costretto a cedere il 50% della sua impresa edile ad alcuni rappresentanti della mafia di Bagheria. Le perdite economiche furono così pesanti che l’imprenditore decise di chiudere bottega e abbandonare il mondo degli affari. Ma una decina di anni dopo Gaetano Aiello ci riprovò. Riaprì l’attività e si specializzò nella costruzione di stradelle interpoderali. L’intuizione era giusta, e gli affari andavano a gonfie vele. Ogni stradella di penetrazione agraria costava circa 400-500 milioni, con un guadagno del 10/15%. Va sempre tenuto conto, però, del pizzo del 7% imposto alle sue ditte. L’addetto alla riscossione – a Bagheria – era il boss Carlo Castronovo.

Il giovane Michele Aiello cominciò a lavorare insieme al padre subito dopo la laurea. All’inizio si occupava dell’aspetto tecnico dei singoli lavori, in seguito anche di quello imprenditoriale. Fino alla morte del padre, Michele Aiello sapeva che suo padre pagava il pizzo, ma poco di più. Gaetano Aiello, infatti, cercava di tenere il figlio lontano da certe cose. Non gli faceva incontrare i mafiosi, e - in genere - cercava di non parlarne.

Le cose cambiarono dopo la morte di Aiello padre, stroncato da un tumore nel dicembre 1992. Carlo Castronovo si recò dal figlio dell’imprenditore, ormai diventato il titolare delle sue società, e gli espose brevemente la situazione. “Le cose restano come prima. Tu mi dai la percentuale del 7% su ogni lavoro e noi ti lasciamo lavorare in pace”. I patti erano chiari, Michele Aiello acconsentì perché sapeva che i mafiosi di Bagheria facevano sul serio. E poi suo padre aveva sempre pagato il pizzo. Così, Castronovo prese l’abitudine di passare dallo studio di Aiello ogni volta che cominciava un nuovo lavoro. Nel 1996, l’imprenditore cominciò a operare anche nel settore della sanità. Il pizzo per le sue cliniche e i suoi centri diagnostici costava “alcune decine di milioni di euro l’anno”, che pagava sempre a Castronovo.

Di tutte le altre accuse, Michele Aiello dice di non saperne niente. Lui della mafia era soltanto una vittima, altro che collaboratore. Non ha mai avuto rapporti stretti né Nicola Eucaliptus, né Antonino Gargano né Pietro Lo Iacono. Dopo l’arresto di Carlo Castronovo, nel dicembre 2002, Aiello si aspettava che un altro mafioso lo venisse a trovare per riscuotere il pizzo. Ma niente. Durante l’anno che precede il suo arresto (avvenuto il 5 novembre 2003) Michele Aiello fu un imprenditore libero dal racket.

L’accusa. Per i PM dell’accusa, Michele Aiello era invece un imprenditore “organico” a Cosa Nostra. Non un “uomo d’onore”, ma un personaggio molto “vicino” ai mafiosi di Bagheria. I suoi interessi – in buona sostanza - erano gli interessi di Cosa Nostra. Ogni sua azione era concordata con l’organizzazione mafiosa, che gli “spianava la strada” e gli facilitava gli affari. 

Punto di partenza di queste accuse sono le dichiarazioni dei pentiti Salvatore Barbagallo e soprattutto di Nino Giuffrè. Secondo gli investigatori, le rivelazioni di Giuffrè hanno un “elevatissimo grado di attendibilità”, anche grazie ai numerosi accertamenti dei carabinieri che hanno di fatto confermato gran parte delle sue dichiarazioni.

Salvatore Barbagallo ha indicato Michele Aiello come “pienamente inserito” nel contesto mafioso bagherese. Ma è Nino Giuffrè a fornire un quadro più completo. Chi è Giuffrè, innanzitutto? “Sono Giuffrè Antonino, nato a Caccamo il 25/7/1945, professione: perito agrario. Ho collaborato con Bernardo Provenzano per più di vent’anni. Diciamo che ero il suo principale collaboratore e da lui avevo ricevuto incarico di ristrutturare Cosa Nostra su vasta scala” così dichiara ai PM, con i quali inizia a collaborare nell’estate 2002, pochi mesi dopo il suo arresto. Il capomandamento di Caccamo, infatti, era in tutto e per tutto il “numero due di Cosa Nostra”, il braccio destro di Provenzano. Uno dei pochissimi che poteva incontrare il padrino corleonese e con il quale progettava le azioni di Cosa Nostra per mantenere il controllo della Sicilia.

Secondo Giuffrè, Michele Aiello era solito fare dei “favori” ai membri della mafia di Bagheria. Non di rado, infatti, “regalava” somme di denaro anche abbastanza consistenti ai vari Carlo Castronovo, Nino Gargano, Nicola Eucaliptus e Pietro Lo Iacono. Per esempio, in occasione del Natale 2008, Aiello “donò” alla famiglia di Bagheria la somma di 100 milioni di lire. Semplici estorsioni? Risultato della forza intimidatoria di pericolosi mafiosi contro un imprenditore inerme? Non proprio, dice Giuffrè.

Nel settore edile, infatti, Michele Aiello, gestiva in regime di quasi monopolio la costruzione delle stradelle interpoderali in Sicilia. Tutto grazie a Cosa Nostra e tutto nell’interesse di Cosa Nostra. E poi, gli investigatori, nel corso delle indagini, notarono subito una cosa strana: i mafiosi di Bagheria parlavano delle società di Aiello come se fossero di loro proprietà. Un giorno Pietro Lo Iacono disse a Giuffrè: “Se hai bisogno di esami, tac o cose così, ti puoi servire da noi a Bagheria perché abbiamo a disposizione il centro diagnostica di Aiello”. Anche l’acquisto dell’Hotel Zabara, la struttura che sarebbe diventata la clinica “Villa Santa Teresa”, fu un argomento importante delle loro conversazioni. Ma di questo parleremo in seguito.

Da un interrogatorio: 
PM: L’Aiello è un punto di riferimento di Cosa Nostra, nel senso che attraverso l’Aiello Cosa Nostra ha il monopolio della gestione di queste opere? 
GIUFFRÈ: Sì, perché, signor procuratore, vi sono delle strade che interessano anche a noi perché ci sono persone a noi vicine, ci sono uomini d’onore, che hanno di bisogno nelle loro campagne di queste strade, ragion per cui noi interveniamo direttamente…(…) Quindi, diciamo che anche a livello di Cosa Nostra ci interessa Aiello, per quando ci sono degli “amici”, per le strade che ci interessano, cioè, li facciamo quasi subito... 
PM: Questo potere di Aiello è in ambito regionale oppure soltanto nell’ambito della Provincia di Palermo? 
GIUFFRÈ: No, anche nelle altre province, perché ho messo a posto lavori a San Mauro, Ristretta…cioè, ho messo a posto diversi posti… 
PM: Chiedo scusa, signor Giuffrè, quando dice “ho messo a posto”, che vuol dire? 
GIUFFRÈ: Cioè, ho raccomandato 
PM: Perché si aggiudicasse la gara? 
GIUFFRÈ: Non solo. Quando lui doveva iniziare un lavoro in un Comune, prima di portare le macchine, preparare tutto, etc etc, me lo faceva sapere a me e io ne davo informazione alla Famiglia del posto che il signor Aiello doveva andare ad iniziare il lavoro 
PM: Ma, insomma, l’Aiello è una vittima come le tante imprese che poi pagano il pizzo? 
GIUFFRÈ: Non direi, non direi proprio. Aiello non è una vittima, perché – diciamo – tutto questo fa parte del gioco imprenditoriale. Quando si aggiudicano un lavoro, e prima di mettere le mani in un determinato posto, ci si deve mettere in contatto con Cosa Nostra 
PM: Quindi fa parte dell’organizzazione degli appalti di Cosa Nostra… ma il beneficio di Aiello qual’era? 
GIUFFRÈ: Che se ne va nella zona tranquillamente a lavorare 
PM: Ma aveva un riscontro positivo? Cioè, magari qualche appalto glielo facevate aggiudicare voi? 
GIUFFRè: Nel momento in cui ha il monopolio della aggiudicazione delle strade interpoderali - diciamo “quasi”, perché ce ne sono altre imprese che lo fanno - ma comunque è un punto di riferimento molto importante. (…) Lui in modo particolare diciamo che ha un contatto (un “discorso” ndr) direttamente con Provenzano

Ma quali erano queste opere che “interessavano particolarmente Cosa Nostra”? In che modo Aiello veniva “pilotato” dalla mafia nelle sue attività imprenditoriali? Molte risposte si trovano nei pizzini sequestrati a Giuffrè poco dopo il suo arresto. Argomento: lavori edili, stradelle interpoderali, tutti realizzati dalle ditte di Aiello. E, da ciò che emerge da questi pizzini, diventa sempre più difficile associare il nome dell’imprenditore bagherese a quello di una semplice vittima di estorsioni mafiose. 

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Stradelle e cantieri, le origini della fortuna di Michele Aiello 

(parte seconda)

Speciale Talpe alla DDA, nona puntata. Il nome dell´imprenditore di Bagheria nel pizzino trovato in tasca a Totò Riina. Per Aiello un trattamento privilegiato e il pizzo "scontato"

20/07/2008

Strade fatte su commissione. Strade che interessavano particolarmente. E a chi si affidava Cosa Nostra per costruire nell’entroterra, nelle campagne? “A Michele Aiello” assicura il pentito Giuffrè. L´imprenditore bagherese sarebbe stato per anni l’imprenditore di fiducia di Cosa Nostra. Una posizione conquistata dopo anni di connivenza, collaborazione e – soprattutto – favori reciproci. Sfruttato dalla mafia? Vittima costretta ad adattarsi? No, assicura Giuffrè. Perché “fa tutto parte del gioco imprenditoriale”.

Lavori a Caccamo. Alla fine del 2002, su indicazione dello stesso pentito, i carabinieri sequestrano dal covo di Giuffrè una cinquantina di lettere, di biglietti e di comunicazioni. L’autore è, per la maggior parte, Bernardo Provenzano in persona. Gli investigatori si trovano tra le mani tantissimo materiale. Ed è materiale che scotta. Le mani della mafia spalancate sull’imprenditoria siciliana. Le famiglie locali che impongono il pizzo a tutti i cantieri edili della zona. I singoli capimafia che stabiliscono la “scelta” delle forniture e dell’uso dei mezzi. E poi, parte dei soldi che vanno ai capimandamento, e infine a Provenzano, che decide sui grossi affari e sull’equilibrio dell’intera organizzazione. Di tutto questo ora ci sono le prove. È un sistema capillare, dislocato, geniale. Inoltre, dall’arresto di Totò Riina, è un sistema gestito quasi esclusivamente con i pizzini, con una fitta corrispondenza che Bernardo Provenzano intrattiene con i rappresentanti di Cosa Nostra di tutta l’Isola.

In molti pizzini sequestrati a Giuffrè figura la parola “AIELLO”. Sono comunicazioni relative a lavori effettuate dall’imprenditore bagherese in varie zone della Sicilia. Tra queste c’è Caccamo, paese natale di Nino Giuffrè e – fino al suo arresto – sottoposto al suo ferreo controllo mafioso. Nel pizzino, Provenzano scrive a Giuffrè “…Senti, assiemi, al tuo presente ti mando 21 mln saldo x strade AIELLO tuo paese. Dammi conferma che le ricevi”. Con l’accenno al “tuo paese”, Provenzano intende chiaramente Caccamo. Gli accertamenti dei carabinieri confermano: si sta parlando di alcune strade costruite dalle ditte di Aiello nella zona di Caccamo tra il 2000 e il 2001, tutte finanziate dall’Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste.

Ma non erano i primi lavori che Aiello realizzava in quella zona. Racconta Giuffrè: “Ci sono strade che interessano anche a noi perché ci sono persone a noi vicine, ci sono uomini d’onore, che hanno bisogno nelle loro campagne di queste strade, ragion per cui noi interveniamo direttamente”. Ad esempio, a Caccamo, c’erano i “fratelli Liberto”, ovvero la famiglia mafiosa del luogo, che negli anni ’90 “avevano fatto la progettazione di una strada e non veniva mai in porto”, avevano anche insistito presso i vertici di Cosa Nostra, ma “la richiesta era rimasta inevasa per molto tempo”. “Successivamente – continua il pentito - grazie ad un mio interessamento presso Aiello, diciamo, che nel giro di pochissimo tempo, gli hanno fatto la strada”. 

Tra il 1994 e il 1995, presso contrada Raffo a Caccamo, vengono effettuati i lavori per una strada di penetrazione agraria. Il cantiere è affidato all’Associazione Interpoderale che prende il nome dalla contrada. I componenti dell’associazione sono Giorgio, Giovanni, Salvatore e Giuseppe Liberto. Presidente, il figlio di Giuseppe, Salvatore Liberto. Il progetto viene redatto dalla “Sicil Project” di Bagheria, con sede in via Bagnera n.14. La stessa sede delle ditte di Michele Aiello, anche se il titolare formalmente non è Aiello, bensì due geometri suoi collaboratori.

Il pizzino sequestrato a Totò Riina. La prima volta che “salta fuori” il nome di Aiello è nel 1993. Più precisamente il 15 gennaio 1993, giorno in cui arrestano Totò Riina, il capo dei capi. I militari gli trovano indosso una serie di pizzini, tra i quali uno che fa: “Altofonte vicino cava Buttitti strada interpoderale. Ing. AIELLO”. In quei tempi, il nome Aiello non dice niente. Ma, dai primi riscontri dei carabinieri, emerge che il pizzino si riferisce ad alcuni lavori presso Valle Rena, sede dell’unità locale della “Valle Rena di Buttitta Gaetano e C. snc”, con sede a Bagheria, strada vicinale Consono. I lavori erano stati effettuati dalla “Stradedil srl” di Michele Aiello.

La faccenda diventa più chiara dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti. Gioacchino La Barbera racconta di aver fornito alcuni automezzi per quei lavori. E che poi, come sempre, andò a parlare con il capomafia della zona, Giovanni Brusca, informandolo di quel cantiere. Ma Brusca “non sembrava particolarmente interessato”. Cosa strana. Molto strana. Brusca, infatti, in queste cose non accettava eccezioni o proroghe. I cantieri il pizzo dovevano pagarlo. Tutti. 
Ben presto, però, La Barbera capì che quell’imprenditore era in qualche modo “privilegiato” da Cosa Nostra. Le sue imprese non erano sottoposte alle estorsioni, come tutte le altre imprese che si trovavano a lavorare nella zona dello Jatino. 

Dichiarazioni poi confermate dallo stesso Giovanni Brusca, che aggiunge: “Fu Bernardo Provenzano in persona che mi diede una serie di raccomandazioni per i lavori che Aiello doveva fare ad Altofonte tra il 1989 e il 1994. Una serie di lavori tra i quali c’era proprio quello nei pressi della cava Buttitta”. Aiello infatti godeva di un “trattamento privilegiato”. La sua “messa a posto” era pari al 2,5 % invece che all’abituale 7%, mentre non gli venivano imposti – come invece accadeva a tutte le altre imprese – né i fornitori né l’uso dei mezzi.

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"Quelli di Bagheria" e "l´ingegnere", rapporti sospetti e strani intrecci



Speciale Talpe alla DDA, decima puntata. Le soffiate ai boss Eucaliptus e l´affare dell´Hotel Zabara, poi trasformato nella clinica Villa S.Teresa


23/07/2008

“Quando venne arrestato Nicola Eucaliptus per la prima volta – racconta Nino Giuffrè nel novembre 2002 - l’Aiello si rivolse direttamente a me. Voleva sapere a chi si doveva rivolgere non solo per la messa a posto dei lavori, ma anche per l’aiuto necessario all’approvazione ed al finanziamento dei progetti. Dopo averne parlato con Provenzano, e con l’accordo di quest’ultimo, mi occupai personalmente di mettere l’Aiello nelle mani di Pietro Lo Iacono”. 

Gli Eucaliptus intercettati. Con la famiglia Eucaliptus, però, i rapporti non si spezzano. Durante il periodo delle indagini, le telecamere nascoste degli investigatori registrano più volte la scena di Nicola Eucaliptus (nel frattempo in libertà vigilata ndr), e del figlio Salvatore, che varcano la soglia del Centro Diagnostica di Aiello. L’imprenditore bagherese ha però due angeli custodi, si chiamano Ciuro e Riolo e sono due informatori eccezionali. Aiello sa delle indagini e soprattutto delle intercettazioni. E sa che deve stare attento alle frequentazioni, specie quelle “sospette”. E così, quasi di riflesso, anche i boss di Bagheria sanno e si tengono all’erta. L’otto febbraio 2003 – scrivono i PM - nell’Opel Corsa di Salvatore Eucaliptus viene registrata una conversazione dove si afferma “inequivocabilmente” che i mafiosi di Bagheria “devono usare la massima cautela nei contatti con l’Aiello, per salvaguardarne la posizione all’esterno”. Poco più di un mese dopo, l’11 marzo, nella stessa automobile, Eucaliptus jr trova la microspia e la distrugge. Fine delle intercettazioni. Arrestato nel giugno 2004, Salvatore Eucaliptus ammetterà di aver avuto l’informazione proprio da Aiello.

Mentre le cimici dei ROS registrano tutto, cioè tra il 2002 e il 2003, gli Eucaliptus parlano spesso di Aiello. Lo chiamano – sbrigativi - l’”ingegnere”, ma il tono è sempre e comunque rispettoso. Non sembra proprio che parlino di una semplice vittima dei loro ricatti. Ma c’è anche inquietudine, tra gli Eucaliptus, padre e figlio, perché sentono il fiato sul collo della Procura antimafia. Il 20 gennaio 2003 Salvatore Eucaliptus riferisce al padre che c’è un certo Giovanni, soprannominato “il pazzo” (attualmente non identificato), che ha un problema con Aiello. Il padre sbotta contro il figlio e conclude il discorso con un imperativo eloquente: “L’ingegnere problemi non deve averne”. Nello stesso giorno, poi, Nicola Eucaliptus raccomanda al figlio: “Noi altri meno ci andiamo nell’ingegnere e meglio è. Noi dall’ingegnere ci dobbiamo andare per le cose utili nostre. Punto e basta”. L’11 febbraio, ennesimo botta e risposta tra i due: (Legenda: NE: Nicola Eucaliptus, SE: Salvatore Eucaliptus) 
SE: Siccome questo ce l’aveva con me…c’era …OMISSIS… voleva parlare con l’ingegnere…ed io gli ho detto di no… 
EN: No, no, l’ingegnere no… 
ES : …e io glielo avevo detto… 
EN: L’ingegnere no…non dobbiamo andare a consumare l’ingegnere noi altri (…) Noi altri le persone le dobbiamo rovinare, se non li roviniamo, noi altri…piacere non ce ne sentiamo!

L’affare dell’Hotel Zabara. Per la sua lussuosissima clinica privata, perfetto coronamento del successo ottenuto nel settore sanitario, Aiello acquista – nel dicembre 2000 - la struttura dell’ex Hotel “Zabara”, insieme alla società “Alberghi Turistici spa” dalla famiglia Conticello. Sarà lì che costruirà Villa Santa Teresa, centro clinico di livello europeo nel campo della diagnostica tumorale. Un operazione da circa 10 miliardi di lire, secondo i pm “praticamente senza concorrenza”. Un affare del genere, lo dice il buon senso, non poteva certo lasciare indifferenti i potenti mafiosi di Bagheria. E infatti Michele Aiello – durante un interrogatorio – dichiarerà di aver pagato il pizzo a Carlo Castronovo. Qualcosa come 700 milioni di lire.

Le intercettazioni. Ma, dalle intercettazioni emerge qualcosa di diverso. È stato veramente Carlo Castronovo ad “occuparsi” dell’edificio ex “Zabara”, ma in maniera piuttosto differente rispetto a quanto dichiarato da Aiello. Il 29 maggio 1999, quindi più di un anno e mezzo prima dell’acquisto, Carlo Castronovo discute della vendita della struttura con Salvatore Andolina, secondo i pm “soggetto vicino alla famiglia mafiosa di Bagheria”. Andolina si fa portavoce degli interessi di imprecisati “palermitani” che avevano messo gli occhi sull’ex hotel Zabara. Ma Castronovo tergiversa, prende tempo. “E noi che ci guadagniamo?”. Non abbastanza, evidentemente. E infatti nella vendita dell’immobile saranno privilegiati gli interessi bagheresi. Aiello comprerà lo “Zabara” e ci farà la clinica, e Pietro Lo Iacono potrà dire a Giuffrè: “Se hai bisogno di esami, tac o cose così, ti puoi servire da noi a Bagheria perché abbiamo a disposizione il centro diagnostica di Aiello”.

I pentiti. Ma lo scenario si fa ancora più nitido con le dichiarazioni dei pentiti. “Sin dall’inizio – ha dichiarato Giuffrè – questo centro era il fiore all’occhiello di Bagheria, ed è stato molto sponsorizzato nell’ambito nostro (di Cosa Nostra ndr). Io sono stato subito informato che c’era questo progetto, che era molto importante per due motivi. Da un lato c’era l’interesse economico di Provenzano e della famiglia di Bagheria, dall’altro c’era l’interesse per la salute personale del Provenzano stesso e non solo”. Intorno a metà degli anni ’90, quando si comincia a pensare all’acquisto della struttura, definita da Giuffrè l’ “anti-Zagarella”, a Bagheria c’era una situazione particolare. “Personaggi come Gino Scianna ed Enzo Giammanco erano stati arrestati e Bernardo Provenzano, che di queste persone era lo sponsor principale, aveva il problema di trovare nuove figure di riferimento dal punto di vista mafioso e imprenditoriale”. E la persona giusta era proprio Michele Aiello, uno “pulito”, e in più “l’astro nascente di Bagheria”. Provenzano, intanto, aveva già i suoi piani, tra cui quelli di interessarsi “del settore della sanità”. Con l’acquisto della struttura, così, “l’ingegnere Aiello chiude il cerchio e la famiglia mafiosa di Bagheria mette finalmente nelle mani l’hotel Zabara”. 

Racconta ancora il pentito Angelo Siino: “Non so se alla fine degli anni ‘80 o intorno al 90-91 ebbi a sentire parlare che (quelli di Bagheria ndr) cercavano di fare un investimento sulla circonvallazione di Bagheria. Cercavano di acquisire un vecchio istituto che facevano addirittura riferimento ai salesiani, che volevano adibire a clinica. Io in questa occasione ho sentito parlare di investimenti nel campo della sanità, ne ho sentito parlare a Gino Scianna, Nino Gargano, Eucaliptus. Parlavano di questa cosa”.

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Tanti "parenti eccellenti" nel libro paga del gruppo Aiello


Speciale Talpe alla DDA, undicesima puntata. Tra i dipendenti delle aziende del gruppo, tanti fratelli e personaggi raccomandati dai boss


31/07/2008

Michele Aiello era il datore di lavoro di diverse centinaia di dipendenti. Nelle sue ditte lavoravano tantissime persone oneste per le quali il sequestro delle società e le successive difficoltà economiche hanno rappresentato una vera mazzata. Padri di famiglia costretti a vivere con 800 euro al mese di cassa integrazione.

Ma tra le centinaia di lavoratori delle ditte di Aiello non mancavano quelli, per così dire, “sospetti”. Una serie di parentele e strani legami che hanno subito messo in allarme la procura antimafia di Palermo. Vediamo qualche esempio. 
Segretaria personale di Michele Aiello era una certa Paola Mesi, classe 1972, amministratore unico e socio di minoranza di una delle società di Aiello, la “Selda srl”, con sede in Bagheria. L’imprenditore le aveva anche procurato un cellulare delle “rete riservata”, che lei utilizzava esclusivamente per mettersi in contatto con Aiello. Paola Mesi è sorella di Maria Mesi, classe 1965, considerata l’amante di Matteo Messina Denaro, superlatitante di Trapani. Insieme al fratello Francesco Mesi, classe 1970 - anche lui in passato dipendente dell´Ati group - è stata già arrestata e condannata per favoreggiamento.

Dipendenti delle ditte di Aiello erano anche Pietro Badami di Villafrati, classe 1937, indagato per mafia negli anni ’80; Pietro Scaduto, classe 1941, già condannato per fatti riguardanti la “famiglia” di Bagheria; Francesco Scordato, classe 1926, secondo i magistrati “inserito organicamente nella famiglia mafiosa di Bagheria”, Alessandro Caltagirone, classe 1971, figlio di Francesco Paolo Caltagirone, socio della famigerata I.C.RE (Industria Chiodi e Reti srl) insieme a Nino Gargano e Leonardo Greco; Antonino Spina di Torretta, classe 1963, nipote di Giovanni Cusimano, boss di Partanna-Mondello; Giuseppe Triolo, classe 1962, nipote di Nino Parisi, condannato per l’omicidio del carabiniere Orazio Costantino.

Inoltre - come già abbiamo visto - anche tra i Rinella di Trabia si discute di un’assunzione presso la clinica di Aiello. Ma prima vengono “quelli di Bagheria”, chiaro. Gli investigatori hanno registrato (e intercettato) a proposito, una serie di conversazioni tra Nicola Eucaliptus e Michele Aiello, presso i locali della Diagnostica per Immagini. Il vecchio boss, originario di Acquedolci, raccomanda ad Aiello di assumere un giovanotto, Maurizio Causerano, figlio di una sua amica di Acquedolci, Marianna Pellegrino. Eucaliptus poi dirà alla sua vecchia amica di “aver parlato con l’amico suo ingegnere” che gli avrebbe detto di “non preoccuparsi” perché era “a sua disposizione”. E infatti il giovanotto di Acquedolci, insieme alla sua fidanzata, verranno regolarmente assunti. E l’imprenditore, durante un interrogatorio, ammetterà candidamente: “Si, li ho assunti su richiesta dell’Eucaliptus”.

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Speciale Talpe alla Dda 

Business e politica, Aiello scopre la sanità


Dopo la pausa estiva, torna lo speciale sul processo Talpe. Dodicesima puntata: l´ingegnere dall´orlo del baratro ad uomo più ricco dell´Isola


27/08/2008

(Prima parte) Il salto di qualità, Michele Aiello, lo compie buttandosi a capofitto nel business sanitario. È con la sanità, infatti, che aumenta esponenzialmente i propri introiti. Nei quattro anni precedenti al suo arresto, infatti, le società sanitarie di Aiello frutteranno qualcosa come 200 miliardi di vecchie lire. Cifre da capogiro che Aiello poteva solo sognarsi quando era semplicemente “quello delle stradelle interpoderali” che si “sporcava le mani” nelle campagne di mezza Sicilia. 

Comincia nel 1996, con l’acquisizione della “Diagnostica per immagini srl”, che presto diventerà “Villa Santa Teresa - Diagnostica per Immagini e Radioterapia srl”. Soltanto quattro anni dopo, nel 2000, è proprietario di ben cinque società che si occupano di diagnostica ultra-sofisticata (Diagnostica per immagini, Centro di Medicina Nucleare San Gaetano S.r.l, A.T.M. Alte Tecnologie Medicali S.r.l) e di forniture sanitarie (Radiosystems Protection srl). L’ultimo affare, nel dicembre del 2000, è l’acquisto della “Alberghi Turistici S.p.A.” e dell’Hotel “Zabara” dalla famiglia Conticello, che versa in condizioni economiche disastrose e che è vittima di numerosi pignoramenti. Aiello, il 14 novembre 2002 – un anno prima di venire arrestato – trasforma l’ex hotel in una grande clinica da circa 108 posti letto – nome della società: “Villa Santa Teresa - Group spa” - specializzata in esami diagnostici con l’utilizzo di apparecchiature ad alta tecnologia.

Ma all’inizio le cose non vanno bene. Bilanci in passivo, forti debiti alle banche, società che non vanno. L’imprenditore edile Michele Aiello comincia a pensare di aver azzardato troppo. Nei primi mesi del 1999 – racconta Giorgio Riolo durante un interrogatorio – Michele Aiello era un uomo sull’orlo del baratro. Gli affari vanno a rotoli e con la sanità si sta rovinando. I suoi “collaboratori” Giuseppe Ciuro e Antonio Borzacchelli – addirittura – hanno dichiarato: “Per la pena, gli tenevano compagnia, per non impiccarsi”.

Aiello, interrogato a proposito, nega ogni volontà suicida, però ammette: “Fino al 1999 c’era una situazione debitoria in banca. Avendo solo una TAC, un ecografo ed una apparecchiatura di radiologia, gli introiti non riuscivano a compensare gli investimenti in termini di attrezzature. I costi di gestione erano superiore quasi a quelli che erano i ricavi”.

Ma poi cambia tutto. Aiello scopre il modo di farsi “gonfiare” i rimborsi da parte della Regione e comincia a ingozzare le proprie cliniche di soldi pubblici. Tanti, tantissimi, soldi pubblici. Il tutto grazie alla collaborazione di un certo Lorenzo Iannì, che diventa direttore del distretto ASL di Bagheria nel luglio 1999 e che è legato a Michele Aiello da una lunga amicizia, o meglio – come scrivono i PM – da molteplici “rapporti di amicizia e di interesse”. Entrambi, tra l’altro, condividono la passione politica per l’Udc. 

I rimborsi. Ecco il punto. Nella cosiddetta “assistenza indiretta” la Regione garantisce al proprietario della clinica privata un rimborso più o meno parziale delle terapie effettuate e, più in generale, dei costi sostenuti. Fa da tramite il distretto territoriale dell’Ausl, che si prende carico di trasmettere la documentazione all’assessorato regionale della sanità.

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Business e politica, Aiello scopre la sanità (2a parte)


Speciale Talpe alla Dda, tredicesima puntata. I mega rimborsi della Regione per le prestazioni sanitarie

03/09/2008 

Secondo gli accertamenti della Procura, fino a metà 1999 i rimborsi regionali effettuati in favore delle società sanitarie di Aiello sono perfettamente regolari. Poi, nel luglio 1999, Lorenzo Iannì viene nominato direttore del distretto sanitario di Bagheria e comincia a mettere le mani nella documentazione delle società di Aiello. Vengono messe in atto così tutta una serie di “modifiche apparentemente poco significative” che di fatto determinano un aumento vertiginoso dei rimborsi alle cliniche dell’imprenditore bagherese. Il neodirettore dell’ASL di Bagheria svela al suo vecchio amico le innumerevoli “falle” nel sistema di assistenza indiretta. Gioca sull’ambiguità burocratica di tutte quelle carte, e con numerosi “trucchetti” (dichiarazioni false nei verbali, uso di documentazione non prescritta, uso di fotocopie invece che originali, etc) riesce a far ottenere ad Aiello rimborsi tripli o quadrupli per la stessa terapia. Risultato: sull’imprenditore bagherese, come per magia, piovono decine e decine di milioni di euro. Tutti, ovviamente, soldi pubblici. Il periodo di depressione è terminato. Adesso Aiello – in pochissimo tempo – può diventare il più grande “magnate della sanità” di tutta l’Isola. Forse l’uomo più ricco della Sicilia.

È proprio una bella amicizia, quella tra Aiello e Iannì. Il dirigente del distretto di Bagheria, molto spesso, riceve somme di denaro più o meno consistenti. Doni generosi che il facoltoso amico, in segno di gratitudine, non gli fa mai mancare. Intorno al 2000, poi, Aiello fa costruire per il manager dell’ASL addirittura una “sepoltura gentilizia”. Un piccolo mausoleo funerario realizzato da una delle sue ditte edili. “In seguito l’avrei pagato, di sicuro” dichiara Iannì durante un interrogatorio.

Dei “favori” pecuniari di Aiello non beneficia solo Iannì. Insieme a lui anche altre due figure-chiave nella procedura di rimborso. Salvatore Prestigiacomo, collaboratore amministrativo del Distretto Sanitario di Base di Bagheria eAdriana La Barbera, responsabile dell´Ufficio liquidazione assistenza indiretta presso l’ASL 6 di Palermo. La figlia della dottoressa La Barbera, inoltre, viene assunto in una delle società di Aiello, così come i figli del dottor Scaduto, funzionario all’ASL 6.

Lorenzo Iannì, davanti ai PM, all’inizio nega tutto, ma dura poco. Ben presto ammetterà che ci sono state delle forti “anomalie” nelle pratiche che interessavano Michele Aiello. Dichiara però che tutto è stato compiuto per “stupidità”, per rispetto ai “rapporti di amicizia” che intercorrevano tra loro. Ammissioni di colpa anche da parte del responsabile della radioterapia oncologica presso le società di Aiello, Domenico Oliveri, che ha confessato tutto, e in parte anche da Michele Giambruno, funzionario del distretto AUSL di Bagheria.

Racconta Salvatore Prestigiacomo: “Riguardo alle anomalie delle pratiche di rimborso, un giorno chiesi spiegazioni a dr Iannì, il quale mi disse che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Altrettanto mi disse quando obiettai sulla presenza delle fotocopie delle ricette al posto degli originali”. Più precisamente – racconta sempre Prestigiacomo - il direttore del distretto sanitario di Bagheria, davanti all’eccessiva pignoleria del suo collaboratore amministrativo, rispondeva con un’efficace espressione dialettale: “Futtitinni”.

(13/16 continua)


Dal sistema dei rimborsi alle convenzioni, ecco le "eccezioni" alla legge per le cliniche di Aiello



Speciale Talpe alla Dda, quattordicesima puntata. Il sistema di potere creato dall´imprenditore bagherese della sanità era più forte di ogni cambio di normativa. Nel giugno 2003 parte l´indagine del NAS


21/09/2008

L’inizio del 2002 riserva a Michele Aiello una sorpresa non proprio piacevole. Succede quello che temeva da tempo e che – viste le sue fonti sempre bene informate – in parte prevedeva. Cambia la normativa regionale per il finanziamento alle cliniche private. Il regime di assistenza indiretta viene abolito per passare a quello, esclusivo, di assistenza diretta. Adesso tutti i “trucchetti” insegnati da Iannì non servono più a niente. Cambiano le regole, si devono trovare altri metodi, altre scorciatoie.

Basta rimborsi a posteriori, dunque. Adesso si ragiona con gli accreditamenti, che avvengono a priori. Per ricevere finanziamenti pubblici, le cliniche private devono stipulare una convenzione con l’Ente regionale, che può erogare i finanziamenti solo se le terapie sono previste nel tariffario. Eppure Aiello, per tutto il 2002, riesce a ricevere fondi pubblici per cinque prestazioni sanitarie che non sono previste nel tariffario regionale, le quali, tra l’altro, essendo quelle più sofisticate, costituiscono una buona parte dei ricavi delle sue aziende. Questo avviene grazie alla firma di uno speciale protocollo di intesa tra la ASL 6 e “Villa Santa Teresa – Diagnostica per immagini srl”, e poi anche con la “ATM srl”. Oggetto dell’accordo: “Remunerazione extratariffaria per prestazioni di altissima specialità in regime di accreditamento provvisorio”. Praticamente, una “eccezione” fatta ad hoc per Michele Aiello.

L’imprenditore naviga comunque in buone acque, anche dopo l’abolizione dell’amata assistenza indiretta, grazie soprattutto al direttore generale dell’ASL 6, Giancarlo Manenti, presentatogli da Antonio Borzacchelli mesi prima. È Manenti, infatti, a consigliare ad Aiello di stipulare la convenzione direttamente con la sua ASL, lasciando perdere l’assessorato regionale che non voleva fornirgli il lasciapassare per le convenzioni perché alle sue cliniche mancavano alcuni requisiti obbligatori.

Ma c’è di più. Dalle ricostruzioni dell’accusa, in gran parte confermate anche da Aiello e i suoi legali, emergono particolari ancora più inquietanti. Il 31 gennaio 2002, Villa Santa Teresa chiede formalmente al direttore generale dell’AUSL 6 di fissare i nuovi prezzi per le cinque prestazioni extratariffarie. Su questa richiesta c’è una nota scritta di pugno dallo stesso Manenti in cui si delega il direttore del distretto di Bagheria – Lorenzo Iannì - di fissare questi prezzi. Appena una settimana dopo, l’8 febbraio 2002, il dott. Iannì considera “appropriati i valori tariffari prospettati dalla società di Aiello”. Inoltre, lo stesso direttore del distretto di Bagheria, racconta che la missiva gli è stata consegnata dal suo “superiore” Giancarlo Manenti proprio nei locali del Centro di Diagnostica di Aiello, alla presenza dell’imprenditore interessato. Manenti, in quell’occasione, gli fornisce anche maggiori indicazioni: “Solo mettetevi d’accordo… basta che ci sia comunque un guadagno per l’azienda e non ci siano degli sprechi”. Lorenzo Iannì, nel luglio 2002, fisserà anche le tariffe per la ATM srl, senza nessuna delega ufficiale e senza consultare la direzione generale. “L’ho fatto di testa mia” dichiarerà davanti ai PM. 

Soltanto con il regime di assistenza diretta, quindi dai primi mesi del 2002, alle cliniche di Aiello vengono accreditate qualcosa come 100 milioni di euro. In altre parole, uno dei più grandi impegni di spesa per la più grande azienda sanitaria dell’Isola e per la Regione Sicilia nel suo complesso.

Il 27 giugno 2003 i carabinieri del NAS irrompono negli uffici del distretto sanitario di Bagheria e prelevano tutta la documentazione relativa alle aziende sanitarie di Aiello. Ed è ovviamente il direttore Lorenzo Iannì che, seduta stante, informa l’imprenditore dell’accaduto. Così, le due “talpe” di Aiello, soprattutto Giuseppe Ciuro, possono iniziare a cercare informazioni sull’indagine dei NAS contro Aiello, anche tramite numerose ricerche presso il Registro Informatico della DDA. È sempre Lorenzo Iannì, inoltre, ad avvisare Aiello della presenza, presso il centro abitato di Bagheria, di poliziotti in borghese della SCO che stanno indagando sui suoi affari e frequentazioni.

Intanto, sempre nel giugno 2003, succede qualcosa di inaspettato. Dopo più di un anno di generosi accreditamenti, il nuovo direttore generale dell’AUSL 6 Guido Catalano blocca improvvisamente i finanziamenti alle società di Aiello. C’è qualcosa che non va, e vuole vederci chiaro. O almeno così fa capire. Catalano era succeduto a Manenti nel febbraio 2002, qualche settimana dopo che l’ex direttore generale aveva dato a Iannì la delega totale per occuparsi degli accrediti alle aziende di Aiello.

L’imprenditore bagherese, che aveva superato anche i mesi difficili del cambio di normativa, adesso si trova di nuovo a punto e a capo. Per continuare a ricevere i finanziamenti, e per impedire ulteriori indagini sulle sue carte, bisogna che quelle cinque prestazioni sanitarie rientrino nel tariffario regionale. E che le cose vengano “sistemate” in modo che le sue cliniche continuino ad attrarre milioni di euro di finanziamenti. E per farlo non c’è che una via: contattare i politici che se ne occupano e convincerli a fargli questo favore.

(14/16 continua)


Talpe, il tariffario "concordato" per Villa Santa Teresa e la campagna stampa per il "centro d´eccellenza"


Speciale Talpe alla DDA, penultima puntata. Gli incontri di Rotondo con Cuffaro e Dina per il tariffario e le pubbliche relazioni di Ciuro con i giornalisti

17/10/2008

Nell’estate 2003, alle cliniche di Michele Aiello, vengono negati i finanziamenti regionali, quelli che negli anni passati ne avevano ben rimpinzato le casse. A settembre, Antonio Borzacchelli, vecchio “collaboratore” di Aiello e deputato regionale Udc, va a fargli visita per dimostrargli la propria solidarietà. Durante l’incontro, però, l’ex maresciallo lo mette al corrente anche di alcuni particolari non proprio secondari. 

“Le tue società – dice Borzacchelli – sono rimaste vittime di una specie di complotto targato Forza Italia”. Il direttore generale dell’AUSL Guido Catalano, l’assessore regionale alla Sanità Ettore Cittadini, insieme a numerosi personaggi politici vicini all’on. Gianfranco Miccichè, hanno infatti scelto di sostenere gli interessi dell’imprenditore Guido Filosto, proprietario della clinica “La Maddalena”. Tutto a danno degli interessi di Michele Aiello, imprenditore di area Udc.


In quel periodo si sta lavorando, infatti, presso l’assessorato alla Sanità, al tariffario sanitario definitivo, con i prezzi di tutte le prestazioni previste. Chiaro che gli interessi in gioco, a livello regionale, sono grossissimi. E lo scontro più forte sembra proprio quello tra Aiello e Filosto, e tra i loro due sponsor Udc e Forza Italia. 

Il referente principale di Aiello è il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, che già da molti anni intrattiene rapporti “sia personali che politici” con l’imprenditore di Bagheria. Inoltre, la moglie di Cuffaro, Giacoma Chiarelli, è socia del “Laboratorio Ria diagnostica ormonale srl”, società di cui Aiello nel 2001 cambierà la ragione sociale in “Centro di medicina nucleare San Gaetano srl”. 

Ad occuparsi delle trattative per il tariffario per conto di Aiello è Roberto Rotondo, assistente dell’imprenditore, amministratore di una delle sue società e consigliere Udc al comune di Bagheria. Rotondo incontra il presidente della Regione il 18 settembre 2003, ma c’è qualcosa che non va. La bozza di tariffario che gli presenta Cuffaro, infatti, è troppo sbilanciata verso gli interessi di Filosto. Chiaro che la “cordata” Forza Italia ha avuto il sopravvento. 

Poco dopo l’incontro, Rotondo chiama Aiello e gli racconta com’è andata. Cuffaro – dopo aver sentito le sue lamentele - gli ha dato una copia della bozza e gli ha detto: “Sistemala tu”. “Mi scrivi in rosso quello che si deve mettere, in verde quello che si deve levare…”. Poi il presidente, evidentemente troppo impegnato, ha delegato l’affare al suo fedelissimo Nino Dina, deputato regionale Udc e membro della commissione sanità all’Ars. “Ti incontri con Nino – dice Cuffaro a Rotondo – gli spieghi un pochettino, tecnicamente com’è combinata, e facciamo per come si deve fare”. Alla fine dell’incontro, Cuffaro cominciò anche ad innervosirsi: “S´incazzò – racconta Rotondo ad Aiello - e ci riette tutti cuose a Nino… rice cca sta cuosa un po’ iessere accussì… Nino pensaci tu, l’amu a risuolbere…e mettiti raccordo cu iddu, sistematimi tutti chidda ca sa a sistimari…e passa per comu sa a fare…”. (Ha dato tutte cose a Nino... dice che questa cosa non può essere così... Nino pensaci tu... dobbiamo risolvere (la questione)... e metteti d´accordo con lui, sistematemi tutto quello che si deve sistemare... e passa per come si deve fare).

Due giorni dopo, il 20 settembre 2003, Michele Aiello chiama Aldo Carcione suo socio e cugino: 

AIELLO: Stamattina è venuto Dina… Nino 
CARCIONE: Eh..sì. 
AIELLO: E si è venuto a prendere il tariffario, quello nostro corretto 
CARCIONE: sì … 
AIELLO: Nella speranza, gli ho detto, che questa è l’ultima volta. Non ve ne do più. O lo fate correggere così o altrimenti abbiamo solo scherzato 
CARCIONE: Appunto … certo … 
AIELLO: Si, perché era una mazzata. Ma di quelle giuste.

Parallelamente, il maresciallo Giuseppe Ciuro si avvale dei suoi buoni rapporti con numerosi giornalisti per sollecitare una campagna stampa favorevole a Villa Santa Teresa e agli interessi dell’imprenditore Aiello. Il 5 settembre 2003 Ciuro chiama Aiello:

CIURO: Quindi, l’hai letto il coso sul giornale? 
AIELLO: Sì 
CIURO: E come ti è sembrato? 
AIELLO: Ma buono è 
CIURO: Poi ho chiamato pure a cosa… come si chiama… a quel ragazzo di.. 
AIELLO: Di Repubblica? 
CIURO: Si, di Repubblica 
AIELLO: Eh 
CIURO: E mi ha detto che tra qualche giorno… dato che l’ha fatto il Giornale di Sicilia, se lo pubblichiamo noi – dice – il Giornale storce il muso. Facciamo passare qualche giorno, e noi ci andiamo con più “novizia” di particolari… così gli “arzigogolo” su che è un centro d’avanguardia… che è una cosa così… 
AIELLO: Certo 
CIURO: I viaggi della speranza… queste cose qui…. 
AIELLO: Ho capito, ho capito… va bene 
CIURO: I DS hanno già preso posizione… hai visto? 
AIELLO: Sì sì 
CIURO: Eh 
AIELLO: E questo è importante… 
CIURO: E questo è mooolto importante (ride, ndr)

(15/16 continua)


Sanità, l’atto finale: l’incontro tra Aiello e Cuffaro da “Bertini”



Speciale Talpe alla DDA, ultima puntata. L´incontro tra i due "poteri forti" nel retrobottega del negozio di abbigliamento di classe di Bagheria


19/10/2008

Il 20 ottobre 2003, un mese dopo la consegna del tariffario “corretto”, Roberto Rotondo viene convocato dall’On. Cuffaro presso la sede della presidenza della Regione. Cuffaro è preoccupato, nervoso. Gli dice di “tranquillizzare Aiello per i problemi del tariffario”, ma non è di questo che vuole parlare.

Il presidente, infatti, nell’ultimo mese, ha ricevuto numerose informazioni da parte di persone bene informate. Rivelazione di segreti d’indagine, si dice in questi casi. Ora comprende che il problema principale, per Michele Aiello, non è certo quello del tariffario. Comincia con un appunto personale: “Ho saputo – dice a Rotondo – che avete usato a sproposito il nome di Totò Cuffaro per raccomandare una persona”. Rotondo non sa che dire. “Questa cosa mi da fastidio non mi piacciano che si facciano queste raccomandazioni sulla mia persona”. Ma non è tutto, o meglio, non è ancora niente. “Ho anche saputo – continua - che Giuseppe Ciuro ha problemi…è indagato…oltre a lui, c’ anche un certo…un maresciallo dei carabinieri…un certo Riolo, pure lui indagato”. Rotondo avverte subito Aiello e, dopo un giro di telefonate nella “rete riservata”, si decide una riunione istantanea, quella sera stessa, a Palermo, in via Caltanissetta, nei pressi dello studio di uno dei legali dell’imprenditore. Il socio e cugino Aldo Carcione verrà contattato telefonicamente a più riprese.

La telefonata, la “raccomandazione a sproposito”, di cui parlava Cuffaro viene presto ricordata. Era il 10 giugno 2003, Ciuro chiedeva ad Aiello un suo interessamento presso Cuffaro a favore di un funzionario regionale, marito di una segretaria del procuratore aggiunto Lo Forte. Che questa chiamata fosse stata intercettata, Aiello lo sapeva già da tempo. Aveva avuto la soffiata da Borzacchelli. Che, a questo punto, molto probabilmente, è anche la “fonte” di Cuffaro.

Ma è soprattutto la notizia dell’indagine nei confronti di Ciuro e Riolo a gettare lo scompiglio. Com’è possibile? Ciuro avrà controllato l’archivio informatico della Procura decine e decine di volte. Ma niente. I loro nomi non saltavano mai fuori. (Tutto si sarebbe spiegato poco dopo. La Procura infatti svolge queste operazioni di indagine “nella più assoluta cautela”. In pratica, anche se le indagini sono in corso, i PM eseguono l’iscrizione dei loro nomi nel registro degli indagati solo dopol’arresto ndr).

Una decina di giorni dopo, il 31 ottobre, Totò Cuffaro decide che è ora di incontrare Michele Aiello di persona. Ma usando tutte le cautele. Aprendo bene gli occhi. Nella mattinata, l’assistente di Aiello, Roberto Rotondo, viene contattato telefonicamente da un collaboratore di Cuffaro che lo invita a recarsi in presidenza. Giunto lì, Rotondo incontra quello stesso collaboratore, che gli riferisce che il presidente della Regione intende incontrare Aiello presso il negozio di abbigliamento “Bertini” di Bagheria, dove si reca di solito fare gli acquisti. L’appuntamento viene fissato per il pomeriggio.

Nelle intercettazioni telefoniche dei collaboratori di Cuffaro viene più volte ripetuto che l’incontro dovrà avvenire “in incognito”. Per andare a Bagheria, il presidente della Regione, con un pretesto, si libera della scorta. Cosa strana, visto che in passato si era recato più volte presso quello stesso negozio, portandosi dietro – sempre e comunque - tutta la scorta. Un comportamento decisamente “anomalo”, quello di Cuffaro, anche secondo il suo segretario personale Vito Raso.

Aiello lo aspetta nelle vicinanze del negozio di abbigliamenti. Gli viene raccomandato di non lasciare nessuna traccia esplicita dell’appuntamento, di non parlarne al telefono con nessuno. L’incontro avviene, e dura circa mezzora. Si parla di tante cose. Del tariffario, ma non solo.

Poco dopo l’incontro, Aiello telefona a Carcione e gli riferisce: “Niente di eccezionale. Praticamente sanno quello che sappiamo noi. Né più né meno. Perché hanno un collegamento diretto con Roma. Dice: beh, apriteli gli occhi”. Aiello confesserà questi elementi anche davanti ai pm: “Praticamente ha detto che c’erano delle indagini in corso nei confronti di Ciuro e Riolo, notizie che ha ricevuto da Roma, ma non mi ha precisato dove”, e poi: “Durante quell’incontro sono state messe in evidenza le telefonate tra me, Ciuro e Riolo”. Cuffaro invece smentisce tutto. Secondo la sua versione, durante l’incontro dentro il negozio “Bertini”, si è parlato solo del tariffario.

Riguardo il tariffario. Durante la telefonata a Carcione poco dopo l’incontro da “Bertini”, Aiello spiega la situazione: Cuffaro gli ha assicurato che le nuove tariffe saranno approvate “la settimana entrante”, e gli ha raccomandato di accettarle così come sono – almeno per il momento – perché “anche se vi sembrano un po’ basse…per tre mesi ve li dovete accettare per come sono”. Ma non c’è da temere: “Fra tre mesi li cambiamo – ha detto Cuffaro – facciamo un aggiornamento”.

Ma “la settimana entrante”, per Aiello e i suoi, sarà la più brutta della loro vita. All’alba del 5 novembre 2003, appena cinque giorni dopo l’incontro da “Bertini” con Cuffaro, Michele Aiello verrà arrestato. Insieme a lui, finiranno in manette anche Ciuro e Riolo. 

(16/16 fine)

AGGIORNAMENTI

2016

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