giovedì 13 novembre 2008

Un post su Scriviamo: Paranoia post-adolescenziale


Esempio I. Federico Fellini abitava in un paesino della Romagna (a quanto mi ricordo). Giunto intorno alla ventina, nonostante le raccomandazioni della famiglia che lo volevano impiegatuccio o dottorino, scappò di casa e andò a vivere a Roma (o in qualche altra grande città), con la sua cartelletta piena di disegni, la sua matita e il suo block notes. Aveva un sogno e voleva realizzarlo finchè era in tempo. Fellini voleva diventare illustratore, vignettista. Vivere della propria arte, bearsi della propria creatività. Divenne invece un grandissimo regista, ma le cose non andarono diversamente dai suoi sogni migliori.

Esempio II. C’è una bellissima canzone di Francesco Guccini, “Amerigo”, che racconta la storia di un giovane di inizio novecento che parte per l’America nella speranza di vivere una vita migliore. Ha ventanni ed è pieno di sogni e di speranze, di vita e di ardore. Poi però, una volta giunto nel Nuovo Mondo, diventa minatore e conosce la dura realtà dello sfruttamento, del sangue e della fatica.

E fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera,

per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri,

di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera,

sudore d’ antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri.

Poi, il ritorno a casa, da quella Pavana che aveva lasciato con tanto fastidio. Sullo sfondo, soltanto una grande illusione, una grande fregatura. 

Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita…”.