martedì 30 dicembre 2014

Un post su StupeFatti Blog: Produci Consuma Crepa



C’è crisi. La disoccupazione è alle stelle. Ormai in pochissimi fanno un lavoro appagante. La gente è generalmente frustrata, nevrotica, quando non disperata. Crescono rassegnazione, cinismo e amarezza tra giovani e meno giovani. Le personalità scricchiolano, i comportamenti si immiseriscono, le relazioni si degradano. Siamo sull’orlo della rovina dell’Uomo, individualmente e collettivamente. La crisi del 2008 è stata la crisi del capitalismo finanziario. Ovvero il sistema del DENARO che è andato in tilt. Ma solo comprendendo il valore filosofico del denaro è possibile intuire la portata di quello che è ci è successo e ci sta succedendo.

Mettiamola così. La storia dell’umanità, almeno in Occidente, può essere letta come storia della tecnica. Il punto di arrivo della storia della tecnica, almeno per il momento, è la dittatura del denaro.

La civiltà prima ingiustizia della storia

In principio l’uomo impiegava tutto il giorno a cacciare e raccogliere frutti e piante selvatiche. Non c’era tempo per niente che non fosse il lavoro (di caccia e raccolta) necessario per la sussistenza alimentare. Non c’era tempo neanche per il potere e il comando – D’altronde, chi comandi? Comandi di fare cosa? La “società” era naturalmente egualitaria

Poi, tramite la prima invenzione tecnologica: l’agricoltura, l’uomo cominciò a controllare i frutti e le piante che il terreno produceva. Poi con le innovazioni tecnologiche nell’agricoltura, tipo l’aratro, la sua efficacia venne incrementata a dismisura.

Con due effetti:
1) L’uomo ebbe a disposizione più tempo.
2) L'uomo cominciò a produrre un surplus di prodotti della terra. Una quantità di derrate alimentari che dovevano essere conservate e gestite.

Nei villaggi infatti si crearono gruppi di persone che non lavorava la terra masi occupava di conservare e gestire il surplus di produzione. Il surplus di tempo venne interamente concesso a questo gruppo di persone per permettere loro di gestire il surplus di produzione.

Questi, a tutti gli effetti, si occupavano di “amministrazione” , e gettarono le basi per un modo più “mentale" e meno “fisico” di lavorare e vivere. Ad esempio, appunto per motivi di amministrazione, inventarono la scrittura, con cui riuscivano a gestire e fissare su una superficie durevole quantità prima impensabili di informazioni.

Questi amministratori, che gestivano il prodotto del lavoro di chi lavorava la terra, e che dunque dipendevano materialmente da essi, man mano assunseroun ruolo privilegiato all’interno della comunità. Forse per il tipo di lavoro, meno sfiancante, forse per la quantità di tempo a disposizione, che permise loro di muoversi in modo strategico sul tavolo di gioco del potere, questa classe di amministratori diventò presto la classe dirigente della comunità.

Una classe che, generazione dopo generazione, adottò uno stile di vita migliore rispetto al resto della comunità. Perché, in virtù della loro attività di “amministratori”, avevano accesso a grandi quantità di derrate alimentari, e quindi poterono usufruire di una parte più consistente di queste.

Una classe che possedeva inoltre l’arma della scrittura, uno strumento “magico” e immediatamente “trascendentale”, che portava la parola al di fuori del tempo e della realtà materiale del lavoro nei campi.

Con la scrittura, per via del suo carattere “oltreumano”, era più facile stabilire cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Essa fu alla base dell’istituzionalizzazione della legge e della religione. (1)

Legge e religione che, proprio per il loro rapporto con la scrittura, e dunque con l’amministrazione del surplus, furono fin dall’inizio di supporto alla neonata classe dirigente.La loro arma di legittimazione.

Luoghi del potere – quel “potere” che prima non esisteva – diventarono ildeposito, il tribunale e il tempio.

Tutto ciò è stato reso possibile dalle innovazioni tecnologiche che portarono al surplus di tempo e produzione.

Ciò portò alla stratificazione sociale e alla gerarchizzazione della società. Ma più del 90% della popolazione restava a lavorare la terra. La civiltà è una ingiustizia di pochissimi portata avanti nei confronti di moltissimi.

Il consumismo ingiustizia di moltissimi verso moltissimi

Millesettecente, milleottocento, millenovecento.

1) Le macchine a vapore, i combustibili fossili, la meccanizzazione del lavoro, taylorismo e fordismo.
Il lavoro viene rivoluzionato. Ci si allontana sempre di più dal prodotto finito. Il lavoro diventa gestire/supportare la macchina che produce.
Intanto il surplus di produzione si ingigantisce.
Consumismo a manetta.
Con il consumismo, l’uomo “lavora” per la società anche quando non “lavora” ufficialmente. Il suo ruolo di “consumatore” è quasi più importante del suo ruolo di “lavoratore”.
La crisi del ’29 è una crisi di sovrapproduzione. I consumatori non consumano abbastanza e la produzione produce troppi prodotti. Il sistema crolla sotto l’eccessivo peso del surplus.
La gente si butta dai grattaceli non perché non c’è abbastanza cibo ma perché ha prodotto troppo cibo e questo andrà a male.

2) Personal computer, telefono mobile, e-mail, sms, chat, social network.
Informatizzazione della società. Il mondo in codice binario. Compiti gestionali sempre più facilitati grazie a software la cui potenza cresce esponenzialmente di anno in anno. La comunicazione – sempre più disponibile e invasiva – usata da supporto per i consumo.
Il lavoro diventa sempre più gestione, amministrazione di macchine, robot, software, che a loro volta gestiscono, amministrano.
Il prodotto finito, il frutto del proprio lavoro, lontano ormai anni luce.

Il consumismo dilaga, si affina. Con il fallimento del comunismo, diventa l’unico mondo possibile. Penetra a fondo nei modi di pensare e di esistere di tutta la popolazione occidentale, contagiando il resto del mondo (Cina, India, etc).

Se prima il 90% della popolazione si occupava di produzione, adesso la tecnologia è talmente efficace che per la produzione basta una piccolissima percentuale di popolazione.
La quasi totalità si occupa di amministrazione e servizi di supporto al consumo.

Distacco brutale dal frutto del proprio lavoro, dunque. Si lavora per alimentare il capitalismo. Il sistema. Ouesta è la percezione. Il lavoro non serve più alla sussistenza.

Di contro, il lavoro di amministrazione-servizio non ha più quei vantaggi di prestigio, qualità della vita e potere che aveva prima.

Si lavora per guadagnare denaro, in definitiva. Denaro che serve a stabilire il tuo stile di vita, affermare la tua identità, e consumare i prodotti forniti dal capitalismo.

La tua sussistenza invece dipende sempre meno da te. Il tuo stile di vita si basa su elementi che tu non riesci a controllare.
Casa, luce elettrica, gas, mezzi di trasporto, computer, mezzi di produzione. Non sai mettere mano in niente perché non hai abbastanza conoscenze tecniche. Quindi, se qualcosa si rompe, sei costretto a pagare per aggiustare o ricomprare.

Dipendi sempre più dai mezzi che permettono il tuo stile di vita e su questi mezzi hai sempre meno potere.

Materialmente, si tratta della forma peggiore di alienazione dal mondomai creata.

Il tuo unico modo di incidere sul mondo, e sulla tua vita, è il denaro. Che è l’oggettivazione di tutto ciò che prima era lavoro, produzione, gestione, amministrazione, potere.

Il denaro è come una bussola in un mondo dove l’eccessiva quantità di stimoli, informazioni, mezzi, stili di vita, produce una sensazione di indistinta uniformità.
Tutto è diverso e dunque tutto è uguale.
La qualità delle cose sempre più soggettiva.
L’unico metro di giudizio accettato universalmente è quello quantitativo. E il denaro è il migliore strumento quantitativo mai inventato. Uno strumento di conversione della qualità in quantità. Uno strumento che consente di sintetizzare, paragonare, e riportare a parametri condivisi, tutta la cangiante varietà degli elementi di questo mondo.

In un sistema psichicamente sull’orlo della psicosi, per via dei troppi input difficili da gestire, il denaro svolge un’importantissima funziona calmante (a livello emotivo) e semplificatrice (a livello razionale).

Il denaro spesso assume il ruolo che prima avevano la religione e la moralità.

Tutto perché le innovazioni tecnologiche hanno trasformato il lavoro – che rappresenta ancora il maggiore impiego della nostra personalità – in gestione di gestione di gestione di gestione di gestione e via dicendo. (2)

Una serpentina così lunga che non si vede più la fine. Ovvero: non si vede più, tramite il nostro lavoro, l nostro effetto sul mondo, seppur minimo e limitatissimo.

Le innovazioni tecnologiche hanno sovrastrutturato così tanto la società, hanno creato così tanti piani, livelli, ramificazioni della “macchina”, fino a produrre un enorme e generalizzato senso di irrealtà sul mondo, sul lavoro, sulla produzione, e potenzialmente su tutta la nostra vita ed esistenza. (3-4)

Senso di irrealtà che viene incrementato – questo è un altro bel discorso – dalla comunicazione ossessiva e persistente, dalle massicce dosi di virtuale entrate in circolo con i nostri consumi audio, video, i mass-media e internet.

Una situazione talmente complicata e pericolosa, con Il Nulla che sempre incombe, che l’unico punto di riferimento è lo strumento altamente semplificatorio del denaro. (5)

NOTE

1) Un brano da "Gesù lava più bianco, ovvero Come la Chiesa inventò il marketing", 2014, Bruno Ballardini, Minimum Fax: "Oggi, in piena civiltà della scrittura stentiamo a comprendere come potesse essere vissuta la scrittura a quell’epoca (origini del cristianesimo, predicazione di Paolo di Tarso ndr). Scrive Walter j. Ong: ” La scrittura ha trasformato la mente umana più di qualunque altra invenzione. Essa crea ciò che è stato definito un “linguaggio decontestualizzato” o una forma di comunicazione verbale “autonoma”, vale a dire un tipo di discorso che, a differenza di quello orale, non può essere discusso con il suo autore, poichè ha perso il contatto con esso. Le culture orali conoscono un tipo di discorso autonomo che utilizzano in forme rituali fisse, ad esempio nei vaticini o nelle profezie: chi gli dà la voce è considerato solo un tramite e non la fonte. L’Oracolo di Delfi non aveva responsabilità su quello che diceva, poichè i suoi responsi venivano percepiti come la voce di Dio. La scrittura, e ancora di più la stampa, hanno in sè qualcosa di questa facoltà oracolare. Come il vate o il profeta, il libro trasmette un messaggio derivante da una fonte, rappresentata da chi ha effettivamente “parlato” o scritto il libro. L’autore potrebbe essere sfidato se fosse raggiungibile, ma di fatto egli non può essere raggiunto in nessun libro. Non esistono modi diretti di confutare un testo. Anche dopo una confutazione totale e distruttrice, esso dirà ancora esattamente le stesse cose di prima. Questo è uno dei motivi per cui l’espressione il libro dice ha assunto popolarmente lo stesso significato di è vero“. Anticamente i messaggi che si materializzavano dai segni scolpiti sulla pietra nella mente di chi li leggeva riempivano di stupore gli animi delle persone semplici, e gli scribi che operavano questo prodigio erano visti come depositari di straordinari poteri magici poichè erano in grado di far parlare le pietre”. 

2) Tecnologia, spiritualismo e realtà, un approfondimento. La tecnologia permette, con un solo atto di volontà, di “fare qualcosa” senza occuparsi materialmente di tutti i passaggi necessari per arrivare a quel “fare qualcosa”. Premi un interruttore e un ambiente si illumina. Senza la tecnologia della luce elettrica eccetera, bisognerebbe occuparsi di tutte le azioni necessarie per “illuminare un ambiente”. Adesso, per fare quasi tutte le cose, c’è la tecnologia a darci una mano. Sono talmente tante le cose che “facciamo fare” alla tecnologia che non ci chiediamo più delle modalità con cui “si fanno le cose”. Infatti, basta un black out – o uno sciopero dei benzinai – per mandarci nel pallone totale. L’informatica è l’estremizzazione di ogni tecnologia finora inventata. Non “tocchiamo” più niente, non ci occupiamo più per niente dei passaggi necessari, ma elaboriamo costantemente una fitta rete di “atti di volontà” che – come magicamente – portano a “qualcosa”. Lavorare con software, banche dati, informazioni, ma anche con la comunicazione, che è gestione di informazioni, equivale a usare un mezzo che usa un mezzo che usa un altro mezzo ancora e così via praticamente all’infinito.Psicologicamente, è una cosa radicalmente diversa dall’artigiano che “usa un mezzo” per “fare una cosa”. Ci si trova in un punto qualsiasi, arbitrario, di una catena senza inizio nè fine, una catena di “mezzi che fanno le cose”. Ciò allontana dal “senso ultimo” del proprio lavoro e prevede il rischio di un senso di irrealtà diffuso, almeno riguardo l’ambito del lavoro. L’informatica di certo incrementa la sfera del virtuale della nostra vita (3). L’informatica è il fulcro dell’assetto tecnologico del mondo attuale, che a sua volta ha portato al suo massimo storico l’importanza del denaro. Il denaro – con cui si acquistano beni e servizi – serve a far fare ad altri tutto ciò che non sappiamo fare, o a comprare cose che noi non sappiamo produrre. E “ciò che non sappiamo fare”, in quest’epoca di iperspecializzazione, è un campo sempre più vasto. Il denaro ci fa credere di “saper fare” tutto ciò che non sappiamo fare. Anche questa è realtà virtuale. Virtuale significa non reale.Ma cos’è realtà? Forse realtà è visione di insieme di tutti gli elementi. Ma, con la tecnologia, gli elementi sono aumentati a dismisura. E tutti questi elementi, tutti questi passaggi, tutti questi livelli, portano a perdere di vista – sempre di più – il senso ultimo delle proprie azioni. La tecnologia ha reso il mondo molto più complicato, sovrastrutturato e multidimensionale – e l’informatica ha portato il fenomeno all’estremo – e ciò ha allontanato sempre di più l’uomo dal pensiero al senso ultimo delle cose. Forse si trova qui l’allontanamento dell’Occidente dalla religione, la sua secolarizzazione. La tecnica, infatti, ci costringe a occuparci solo di un passaggio, di una porzione di realtà. Quella che ci compete, quella per cui dobbiamo svolgere il compito. Pensiamo alla maggior parte dei lavori che facciamo. La tecnica rende stupidi, de-responsabilizza verso le conclusioni, i fini ultimi, il “senso” delle proprie azioni. La tecnica è stata prodotta da un parte limitata dell’animo umano, la sua parte razionale, logica.
Ma – seguendo stranissimi arabeschi del destino – è diventata guida cieca e idiota della società umana – e quindi dell’uomo – nel suo complesso. Ma la ricerca di un senso, fosse pure di un senso che sia non-senso, è una fiamma che continua a bruciare dentro l’animo umano. Per questo chiunque nega ogni spiritualismo è un povero illuso. Spiritualismo è cercare una visione complessiva, generale, olistica, del mondo e dell’uomo. Spiritualismo è cercare la realtà nel suo complesso. Ovvero: pensare e sentire in modo opposto rispetto a come la tecnica ci impone.

3) Un brano di David Foster Wallace: "Non molte tra le persone che conosco pensano a se stesse come integrate nel contesto in cui vivono, più o meno tutti si considerano fuori dalla norma, e spesso è proprio la società americana a indurre dinamiche mentali folli, a fare deviare la nostra psiche; almeno, a me così pare. Per quel che riguarda la deformità fisica, poi, è essa stessa causa di storture mentali. L’americano medio è in perenne stato di allerta sulle sue apparenze estetiche, vigila sul modo in cui lo si guarda, èossessionato dal fatto di vendersi bene agli altri. Per quanto riguarda l’ironia, la televisione la usa da così tanto tempo che è diventata banale. È sempre più difficile non fare confusione tra il piano della realtà e quello della finzione, persino io che ho quarantaquattro anni, fra letture e stimoli televisiviquando ho dato il primo bacio avevo già visto migliaia di scene simili". (4)


5) Sugli stessi temi leggi pure gli approfondimenti su "Eros e Civiltà" di Herbert Marcuse e su "Genealogia della morale di Friedrich Nietzsche, dal blog "Scriviamo!"