mercoledì 15 ottobre 2008

Un post sul blog Scriviamo: Eros e civiltà, Herbert Marcuse


Eros e civiltà, Herbert Marcuse


Marcuse e la Scuola di Francoforte – La Performance. Il principio della Performance appartiene in tutto e per tutto al nostro modo di vivere e soprattutto al nostro modo di pensare. Gran parte delle esperienze che si fanno, almeno quelle che vengono chiamate “esperienze costruttive”, servono soltanto a migliorare le “performance” che la vita richiede e di cui la vita è piena zeppa. Per vivere bisogna lavorare e per lavorare bisogna avere una certa qualità nelle proprie performance, altrimenti si rischia di essere scavalcati o sostituiti da qualcuno che realizza quelle stesse performance in un modo migliore.

La parola italiana che rende Performance nel migliore dei modi è Prestazione. Per Herbert Marcuse, sociologo e filosofo tedesco degli anni ’60, e prima ancora per Sigmund Freud, il Principio di Prestazione è il principio secondo il quale la civiltà opera una repressione della totalità dell’essere umano.

Il Principio di Prestazione – L’uomo “allo stato di natura” è libido allo stato puro, energia sessuale e caotica. L’anarchia dell’individuo viene però repressa dalla Civiltà, mediante la quale gli uomini sacrificano una bella fetta di piacere sensuale per ottenere più sicurezza, quindi una vita meno pericolosa e probabilmente più lunga. Il corpo umano allora, da strumento di piacere qual’era in origine, si trasforma in strumento di lavoro. Il piacere sessuale viene confinato nelle cosiddette “zone erogene”, che corrispondono agli organi genitali. Questo processo conduce all’istituzionalizzazione del rapporto monogamico genitale come base della civiltà. Conseguentemente, il corpo umano si “desensualizza” e la libido viene confinata nell’inconscio, e i sensi diventano un elemento secondario dell’esistenza umana. Questo fenomeno per Freud è proprio di ogni civiltà, ed in un certo sensoè inevitabile. L’uomo non può mai raggiungere la felicità completa perché in qualche modo dovrà sempre vivere in una civiltà, e la civiltà – come abbiamo detto – reprime un lato fondamentale dell’ “essere” umano, ovvero la libido, la sensualità. L’Eros.

Nello stupendo saggio “Eros e Civiltà”, che ho letto nelle notti insonni di questa schifosa rovente sudata estate, Herbert Marcuse pone in discussione quest’ultimo assunto di Freud. Il padre della psicoanalisi, infatti, secondo Marcuse è fin troppo “rassegnato” ad una perenne infelicità e repressione dell’uomo.

No, dice Marcuse, viste le condizioni attuali, e visto lo sviluppo della civiltà occidentale, si può ipotizzare una de-repressione degli istinti umani. C’è una piccola possibilità di felicità, per l’uomo. Felicità intesa come “Vita realmente autentica e piena. Vita in cui tutte le sfaccettature dell’Essere Umano sono sviluppate, potenziate e valorizzate in modo naturale”. Perché? Allora. Vediamo di spiegarci. (I Cultori della materia si staranno facendo quattro risate davanti alle mie maccherronizzazioni….)

Il Principio di Prestazione consiste nell’obbligo di lavorare più o meno per ogni essere umano. Il Lavoro serve al buon andamento della Civiltà dentro cui si vive, anzi, possiamo dire, il lavoro serve alla sua sopravvivenza. Con il lavoro, però, e questa è la cosa importante, l’uomo assume una mentalità in cui tutto è Dovere, Legge, Imposizione. Lavorando – mettiamo – otto ore al giorno, dormendo altre otto ore, e utilizzando almeno la metà del tempo rimasto per riposarsi e rilassarsi(ovvero per ricaricare le batterie in vista del prossimo “tempo lavorativo”), l’uomo assume questa certa mentalità come l’Unica Logica per tutto il mondo. Con queste dinamiche il Principio di Prestazione (mediante il quale ogni individuo appunto“presta” il proprio tempo, il proprio corpo, il proprio essere, alla civiltà) finisce per danneggiare enormemente l’Essere Umano, che vede l’ istinto, la pulsione, la natura più profonda, denigrata e relegata in parti ridicole del proprio corpo o in parti striminzite del proprio tempo. Questa è la grande ingiustizia che sta alla base dell’esistenza umana e che rende l’uomo infelice.

Però, con l’avanzare della tecnica, l’uomo occidentale si trova davanti una gigantesca opportunità. Quella di realizzare la prima civiltà non-repressiva. Con l’automatizzazione, la tecnicizzazione, la robotizzazione, dice Marcuse, molti lavori manuali sono diventati inutili. Potenzialmente, allora, si potrebbe diminuire il carico giornaliero di lavoro per ogni individuo in modo da lasciargli molto più tempo libero. Progressivamente si giungerà allora alla Scomparsa dell’Obbligo di Lavorare, o almeno ad un suo consistente ridimensionamento. A questo punto l’uomo, non più soffocato dall’impiego “produttivo” del suo tempo potrà instaurare un rapporto con la vita che sia di pura “contemplazione” e di “gioco”. La dimensione del “gioco” diventerà infatti sempre più importante, e ben presto verrà a sostituire la dimensione dell’”Utile”, che per adesso è quella dominante, essendo riflesso diretto del mondo del Lavoro.

Con questa mutazione del ritmo di vita l’uomo potrà rimpossessarsi del proprio corpo, che finalmente smetterà di essere uno strumento di lavoro, per diventare nuovamente strumento grazie a cui ricavare ed effondere Piacere. Ci saranno grandi rivoluzioni nei costumi e nella morale, la società smetterà di essere quel moloch terribile che divora i suoi figli e l’uomo potrà finalmente toccare con mano la Felicità tanto agognata.

Tantecazzate? – Io ci sono arrivato così, in quattro frase stupide, ma Marcuse ci dedica un saggio di 400 pagine bello pieno di riflessioni e considerazioni molto profonde. Le mie frasi sembrano ridicole, semplicistiche. EEH IL MONDO PERFETTO! Si potrebbe dire, però – a mio parere – l’ipotesi suggerita in Eros e Civiltà è meno strampalata di quanto sembri.

Mi si potrebbe dire: Ma veramente ancora, qui, quasi 50 anni dopo Marcuse, il lavoro serve, eccome. Ci sono così tante cose da fare, e gli uomini non sono mai abbastanza per fare tutto ciò che ci sarebbe da fare…

Ma allontanandosi, allontanandosi sempre più, giunge una intuizione. Accendo la tv e le pubblicità pubblicizzano mille prodotti totalmente superflui. Il lavoro c’è perché l’uomo si inventa sempre un nuovo motivo per lavorare. La dimensione del superfluo ci permea da ogni lato, è il principio primo della società dei consumi, ed adesso, 50 anni dopo Marcuse, questa realtà non cessa di esistere. Quanto del lavoro che impiega così tanto tempo e “umanità” è davvero necessario? Questo ci suggerisce Marcuse.

Italo Svevo, nel suo “profetico” finale del suo capolavoro scrive alcune frasi oscure che non c’entrano niente con il resto del romanzo. Scrive qualcosa del genere: “L’uomo occidentale ha sbagliato tutto. Con la sua tecnologia, che tanto lo appassiona dalla fine del ‘700 a questa parte, ha fatto in modo che l’uomo si costruisse mille strumenti per risparmiarsi l’uso degli arti. Così releghiamo funzioni su funzioni agli strumenti e i nostri arti si atrofizzano. L’uomo occidentale è così atrofizzato, ha tutti gli strumenti per dominare il mondo ma nel suo intimo è piccolo e debole, insulso anche se padrone del mondo”.

Così, ci danniamo l’anima per fabbricare ogni minima cazzata superflua, e la gente negli States si ammazza per avere il nuovissimo I-Phone, ma perdiamo di vista la nostra umanità, quel che siamo e quel che potremmo essere. Diventiamo marci, atrofizzati, inutili. In verità potremmo focalizzare la nostra attenzione su qualcos’altro, di modo che “la ricerca di se stessi” o la “ricerca della felicità” non sia appannaggio solamente dei telefilm adolescenziali, della letteratura senza spina dorsale, o delle co-produzioni cinematografiche italo-statunitensi.