venerdì 15 gennaio 2016

Recensione: Frammenti di un discorso antimafioso, Gianpiero Caldarella

Oggi pubblico su Satisfiction una recensione di Frammenti di un discorso antimafioso, libretto satirico di Gianpiero Caldarella, edito da Navarra. Puoi leggerla qui. 

Frammenti di un discorso antimafioso

Autore: Gianpiero Caldarella/ Navarra/ pp. 110/ € 10

La mafia, l'antimafia e il loro corto circuito. La mafia, l'antimafia, e le parole su mafia e antimafia. I loro “discorsi”. Niente di nuovo, né di inedito, solo una dinamica storica che è giunta a un particolare punto di attorcigliamento e rimescolamento semantico.
Storicamente, infatti, la mafia è stata combattuta per la prima volta “nominandola”, verbalizzando la sua esistenza. Perchè la mafia preferisce (preferiva?) il silenzio, sopratutto su sé stessa. E se la mafia è (stato?) il regno del silenzio (=l'omertà) allora l'antimafia è (ancora?) il regno della parola, del “discorso” (inteso come lo intendevano Barthes e Foucault).
Ma - ecco il punto - queste parole e questi discorsi, queste versioni e questi punti di vista, queste argomentazioni pro e contro, uguali e contrarie, sono al centro - attualmente - di un pericolosissimo corto circuito, che rischia di far esplodere tutto, polverizzare, liquefare definitivamente, rendere tutto uguale a tutto e trasformare il dibattito su mafia e antimafia in una poltiglia indifferenziata, seppellita sotto troppe visioni prospettive e strumentali punti di vista.
Un corto circuito perfettamente “messo a fuoco” da questo libretto di Giampiero Caldarella, edito da Navarra Editore. L'autore di “Frammenti di un discorso antimafioso” è stato redattore dei settimanali di satira Emme e Il Male, fondatore del mensile satirico “Il pizzino”, responsabile di scomunicazione.it.
E così, in un periodo di generale delegittimazione dell'antimafia (caso Helg, caso Saguto) e di estensione e indigestione del termine “mafia” (Mafia Capitale), l'autore compie un'operazione fervida e germinale: cavalca l'onda con le armi della satira, dell'iperbole, del paradosso e della provocazione intellettuale.
Frammenti ordinati in rigoroso (e arbitrario) ordine alfabetico in cui, tra giochi di parole, paragoni arditi, battute fulminanti - ma anche commenti, opinioni, aneddoti e racconti - i temi trattati sono serissimi e la loro discussione è ancor più efficace perchè foriera di dubbi, domande, rivolgimenti e capovolgimenti.
Un'operazione resa possibile - altra cosa indicativa - soltanto dalla “distanza” forzata dell'autore, che da qualche tempo si è trasferito a Bruxelles. “È proprio grazie alla distanza - scrive - che il flusso di notizie che arrivano dall'Italia sulle mafie e sulla crisi dell'antimafia, riesce a non scivolarmi addosso”.
Per finire, tre esempi per capire cos'è questo libro:

  1. (Pag. 35) In principio gli enti antimafia (da pronunciare velocemente più volte di seguito, come fosse un mantra: enti anti-mafia enti anti-mafia enti anti-mafia enti anti-mafia...) erano degli scioglilingua terapeutici in grado di ridare la parola ai muti e agli omertosi. Grazie alla innata capacità di generare protocolli e protochiappe la cui unica funzione era timbrare delle poltrone di pelle trinariciuta, il loro numero sfuggì a ogni controllo. Gli enti antimafia, infatti, spuntano come i funghi, dopo abbondanti precipitazioni di denaro riversato all'ombra della politica. Ripuliscono la pelle meglio dei fanghi. Effetti collaterali: spesso insozzano più dei fanghi.
  2. (Pag. 34) Qualcuno doveva pur sospettarlo che siamo passati troppo in fretta dal dire “la mafia non esiste” al dire: “siamo tutti antimafiosi”. A forza di dire “anti”, ci siamo persi per strada il significato della parola mafia. Dire di no? E allora sapete dirmi da che parte sta – e qui è meglio che cominciate a contare – un anti-anti-anti-anti-anti-anti-anti-anti-antimafioso? Perchè a questo punto, fino a quando non brevetteranno il certificato anti-anti-antimafia, la matassa sarà difficile da sbrogliare.
  3. (Pag. 55) Legalità è ormai una di quelle parole passepartout che si usano dappertutto, un po' come una volta si usava la parola “cioè” quando si veniva interrogati al liceo e non si sapeva come fare ad evitare la scena muta. (…) Allo stesso modo, al giorno d'oggi “parole di legalità sono state pronunciate nel treno della legalità che è stato imbarcato sulla nave della legalità, per far assaporare agli studenti della legalità un percorso di educazione alla legalità attraverso il viaggio della legalità, assaporando i prodotti della legalità venduti nelle botteghe della legalità nate dal progetto per la legalità, avviato con la ratifica del protocollo per la legalità sottoscritto dal delegato per la legalità...”. Ok, ok,, ok, abbiamo capito. L'abuso e lo stupro di una parola non sono ancora considerate delle pratiche illegali. La speranza però rimane.