lunedì 1 febbraio 2016

Bolaño è come Venezia

Bolaño, mai letto nulla del genere. Dai suoi libri non si "prende", non si "impara", non si "capisce". Nei suoi libri si "entra", ci si "addentra", ci si perde, spesso, e ci si ritrova, e si perdono tante cose, e si ritrovano tante altre cose: circolarità e paradosso. Leggere Bolaño è come visitare Venezia, per dire, e perdersi tra le sue vie. E' un'esperienza di vita, come conoscere una persona nel profondo, viaggiare in un posto sconosciuto, vivere la vita di un altro, mille vite di altri. Bolaño è immersione. Nessuna categoria imparata nelle scuole di scrittura serve qui a niente, nessuna etichetta e criterio comunemente accettato. Ecco la particolarità della letteratura sudamericana, il suo "in più" rispetto a quella "occidentale" contemporanea: europea e americana. E' questo suo saper farsi mito, archetipo e prisma olimpico. E in ciò Bolaño si ritrova, suo malgrado, ad assomigliare al suo amato/odiato Marquez.
Qui la recensione su Satisfiction di Enzo Paolo Baranelli di "Notturno cileno", appena uscito nelle librerie italiane: "La prosa di Bolaño estende molteplici tentacoli, come una macchia d’inchiostro che si dirami in più direzioni, a trecentosessanta gradi, incontrollabile e definitiva già nel suo essere versata".