lunedì 22 febbraio 2016

Recensione: Almanacco Siciliano delle morti presunte, Roberto Alajmo

La mia recensione di "Almanacco Siciliano delle morti presunte" di Roberto Alajmo", una piccola perla di Roberto Alajmo ripubblicata da Il Palindromo. Doveva essere pubblicata su Libido Legendi ma purtroppo il progetto è naufragato.

Roberto Alajmo, Almanacco siciliano delle morti presunte, Il Palindromo, Palermo, maggio 2013, 72 pp., 9 €, ISBN 978-88-98447-00-8 

Questo “Almanacco siciliano delle morti presunte” di Roberto Alajmo è stato pubblicato per la prima volta nel 1996 per le Edizioni della Battaglia ed è stato ripubblicato, riveduto e aggiornato, nel 2013 dalla piccola e combattiva casa editrice Il Palindromo di Palermo. È un libro strano e importante, che all'inizio spiazza, perchè è lontano anni luce dalle solite modalità di racconto delle morti di mafia, che sono quelle del giornalismo, mutuate spesso e volentieri anche nella letteratura. Niente drammatizzazione e dettagli truculenti, niente eccessi emotivi, niente retorica. Lo scrittore Alajmo, tra le penne più brillanti della sua generazione, qui agisce per sottrazione, come spiega egli stesso nella postfazione: “Ascoltavo in televisione espressioni come “tragico attentato”, “povera vittima” e mi pareva di individuare in quella semplice accoppiata di aggettivo e sostantivo il sintomo della narcosi. Sentivo dire “tragico attentato” e mi dicevo: ah, c’è stato un altro tragico attentato. Mannaggia, ma anche: tutto secondo natura. Con quell’espressione il giornalista si faceva carico anche della commozione che in teoria avrebbe dovuto suscitare in me. Senza volerlo, mi esonerava da commozione e indignazione. Così pure sui giornali: quando la descrizione di un delitto si fa dettagliata, è destinata a perdere efficacia. Più ci si sforza di dire, meno si riesce. Troppe informazioni tendono a significare nessuna informazione. La scommessa di questo libro è dunque di sottrarre non solo aggettivi e avverbi, ma anche informazioni. Specialmente quel genere di informazioni che la voluttà dell’opinione pubblica si aspetta di ricevere. Niente sangue, se possibile. E pure niente di nuovo, a pensarci bene: nella tragedia greca il sangue scorreva sempre fuori scena. Anche dopo venticinque secoli, la forma della tragedia risulta più efficace di qualsiasi resoconto giornalistico”. 

Oltre a questo, c'è veramente molto poco da dire. Il libro è una serie di epigrafi, di brevi testi di mezza paginetta che focalizzano alcuni aspetti apparentemente secondari, ma sinceramente umani e realistici, degli ultimi istanti di vita dei tanti morti ammazzati della sanguinaria storia della Sicilia e della mafia. C'è chi viene ucciso da un killer che ti chiede scusa, come Giorgio Ambrosoli; chi non riesce a voltarsi per il fatto che il killer non lo chiama per nome, come Boris Giuliano; chi, negli ultimi istanti di vita, corre disperato per sfuggire al proprio carnefice, come Salvo Lima e Rosario Livatino;chi viene eliminato nel bel mezzo della festa patronale a Monreale, con la figlia in braccio, come Emanuele Basile; chi viene massacrato da centinaia di colpi di mitragliatrice, davanti a casa sua e davanti agli occhi della moglie, come Ninni Cassarà; chi cade vittima del piombo mentre sfoglia un libro in via Cavour, come Gaetano Costa; ma soprattutto ci sono le vittime casuali o comunque non annunciate, personaggi verso cui Alajmo mostra una tensione muta e commossa: come le vittime della strage di Pizzolungo (1985)), mamma e due figli gemelli uccisi per sbaglio da una macchina fatta saltare in aria per colpire il magistrato Carlo Palermo; o Gaetano Bottone, 26 anni, figlio di un piccolo imprenditore palermitano, ammazzato mentre si era appartato in macchina con la sua fidanzata; oppure Biagio e Giuditta (1985), due ragazzi travolti da un inseguimento a sirene spiegate mentre aspettavano l'autobus, all'uscita dal Liceo Meli, a Palermo; oppure il piccolo Claudio Domino (1986), 11 anni, figlio di un gestore del servizio di pulizia dell'aula bunker del maxiprocesso di Palermo, residente a San Lorenzo, che negli ultimi istanti di vita si vede puntare una pistola in piena fronte. 

Minuzie e sfumature che a volte creano immagini ed evocazioni di una potenza devastante. Come i capitoli dedicati alla morte di Rocco Chinnici, il primo ammazzato col tritolo, e la pagina relativa alla strage di Capaci. 


Sentì il citofono suonare e guardò l’orologio. Erano da poco passate le otto. Scese le scale e arrivò in portineria. 

Fuori, la luce forte di luglio raccontava di un’altra bella giornata troppo calda. Nel buio della portineria c’era quello squarcio di luce che gli pareva ancora più violenta del solito. Man mano che lui avanzava, lo squarcio si ingrandiva. Sulla soglia c’era il portiere che lo salutò. Lo salutarono anche i carabinieri della scorta. Lui ricambiò i saluti, naturalmente. Ma era sovrappensiero: varcata la soglia per poco non si fermò a lasciarsi stordire dalla luce. Anche un attimo prima di salire in macchina stava pensando che quella luce era davvero troppo forte. 


Arrivò all’aeroporto assieme alla moglie e trovarono come sempre tre auto. Lo aspettavano direttamente sulla pista e partirono senza perdere tempo. Aveva voluto guidare lui e l’autista si era messo dietro. Le altre macchine, una avanti e l’altra a seguire. Giunti più o meno allo svincolo di Carini, la moglie chiese: 

– Le chiavi ce le hai tu? 
Intendeva le chiavi di casa. Lui fece una cosa assurda: tolse le chiavi dal cruscotto per controllare, mentre la macchina correva a centoventi. 
L’autista disse: 
– Dottore, che fa? 
E lui rispose: 
– Ha ragione. 
Rimise le chiavi al loro posto e rallentò leggermente. Allora ci fu un muro di terra e di fuoco che si alzò improvvisamente, e la Croma ci andò a sbattere contro.