mercoledì 24 febbraio 2016

Recensione: Annientamento, Jeff Vandermeer

La mia recensione di "Annientamento" di Jeff Vandermeer. Doveva essere pubblicata su Libido Legendi ma il progetto purtroppo è naufragato.

Jeff Vandermeer, Annientamento – Trilogia dell'Area X parte I, Einaudi, 2014, pp. 182, 16 euro, ISBN - 9788806218287 

Ciò che mi è rimasto dell'Area X, dopo la lettura del primo libro della trilogia di Jeff Vandermeer, “Annientamento” (Einaudi), ha ben poco di intellettuale, ancor di meno di intellegibile e assolutamente niente di compiuto. È un grumo di sensazioni visive, olfattive e tattili. (Leggi qui la recensione su Satisfiction, di Gianluca Ferrara)

E poi ci sono due immagini, i due luoghi oggetto di alcune delle rievocazioni più significative della biologa, la protagonista della storia: la piscina abbandonata nella casa dei suoi genitori, quando lei era piccola, e lo stagno creatosi praticamente “per sbaglio” nel solco fangoso di una sgommata di camion, in un parchetto decisamente trascurato nella città in cui lei, ormai adulta, abitava col marito. 

Sorti entrambi in ambienti artificiali, creati dall'uomo per l'uomo, come una piscina in un giardino o un parco cittadino, per una serie di casualità - incuria, abbandono, disattenzione, o più semplicemente: assenza dell'uomo - questi due luoghi diventano ecosistemi completi, dove nascono, crescono e muoiono diverse specie animali e vegetali che compiono i loro cicli di vita e di vite. Un ecosistema che muta, cresce, si riproduce.

Di seguito i due brani a cui mi riferisco, che sono tra l'altro due micro-racconti che fanno ben apprezzare la capacità narrativa dell'autore.

(pp-43-44) La mia mania, il posto che mi veniva sempre in mente quando mi chiedevano perchè fossi diventata una biologa, era la piscina nel giardino incolto della casa in affitto dove sono cresciuta. Mia madre era un'artista tormentata che aveva ottenuto un certo successo ma che amava un po' troppo la bottiglia e faticava sempre a trovare nuovi acquirenti, papà invece era un ragioniere sottoccupato, specializzato in piani per facili guadagni che di solito non fruttavano nulla. Nessuno dei due sembrava possedere la capacità di concentrarsi su qualcosa anche solo per un secondo. A volte mi sembrava di essere stata data in affido anziché essere nata in quella famiglia.

Non avevano né la volontà né la voglia di pulire la piscina a forma di rene, anche se era piuttosto piccola. Subito dopo il trasloco in quella casa, l'erba intorno ai bordi cominciò a crescere troppo. Il falasco e altre piante altissime presero il sopravvento. I cespugli bassi lungo la recinzione schizzarono in alto finendo per coprire la rete metallica. Le fessure tra le piastrelle del vialetto che girava intorno alla piscina si riempirono di muschio. Il livello dell'acqua salì un po' alla volta, alimentato dalla pioggia, e le alghe intorbidarono la superficie. Le libellule perlustravano la zona senza sosta. Arrivarono le rane toro, i puntini guizzanti e deformi dei loro girini diventarono una presenza fissa. Insetti e coleotteri acquatici iniziarono a sentirsi a casa loro. Pur di non liberarmi del mio acquario da cento litri d'acqua dolce, come volevano i miei genitori, lo svuotai nella piscina e alcuni pesci scamparono al trauma. Cominciarono ad arrivare gli uccelli del posto, come gli aironi e le egrette, attratti dalle rane, dai pesci e dagli insetti. E poi, chissà per quale miracolo, vennero ad abitarci delle piccole tartarughe, anche se non avevo idea di come ci fossero arrivate. 

A pochi mesi dal nostro arrivo, la piscina era diventata un ecosistema funzionante. Entravo lentamente dal cancello di legno cigolante e osservavo tutto da una piccola sdraio arrugginita che avevo piazzato in un angolo lontano. Malgrado una notevole e fondata paura di annegare avevo sempre adorato stare vicino agli specchi d'acqua. 

In casa, i miei genitori facevano tutte le cose caotiche e banali che di solito fanno gli esseri umani, alcune delle quali piuttosto rumorose. Ma io non avevo problemi a perdermi nel microcosmo della piscina. 

(pp. 147-148) Non mi sono mai trovata bene nelle grandi città, anche se ci vivevo per necessità: perchè doveva starci mio marito, perchè solo lì potevo trovare i lavori migliori, perchè mi ero rovinata da sola quando mi erano capitate le occasioni sul campo. Ma non ero un animale addomesticato. La sporcizia e la polvere di una città, il suo perenne stato di veglia, l'affollamento, la luce costante che oscurava le stelle, gli onnipresenti fumi di benzina, i mille modi in cui si prefigurava la nostra distruzione...niente di tutto questo mi attraeva. 

Dove te ne vai così di sera tardi? - mi chiedeva spesso mio marito, circa nove mesi prima di partire per l'undicesima spedizione. (...) 

Da nessuna parte – rispondevo io (…) 

Ma veramente...dove vai? - C'è da riconoscergli che non ha mai cercato di seguirmi. 

Non ti sto mettendo le corna se è questo che intendi. 

Tanta franchezza di solito lo fermava, anche se non lo tranquillizzava.
Gli dicevo che passeggiare da sola di sera tardi mi rilassava, mi conciliava il sonno quando non reggevo più lo stress o la noia del lavoro. Ma in verità arrivavo fino a un parcheggio vuoto infestato da erbacce. Quel parcheggio mi attirava perchè non era proprio vuoto. Era abitato da due specie di lumaca e tre di lucertole, e da farfalle e libellule. 
Partendo da umili origini – un solco fangoso scavato dalle ruote dei camion – una pozzanghera aveva raccolto acqua piovana trasformandosi in uno stagno. Uova di pesce erano approdate fin lì, dove si vedevano anche ciprinidi, girini e insetti acquatici. Intorno erano cresciute le erbacce, che aveva impedito all'acqua di corrodere il terreno. Gli uccelli migratori la usavano come stazione di rifornimento.
Il parcheggio non era un habitat complesso, ma avendolo a due passi da casa mi veniva meno voglia di montare in macchina e guidare in cerca del posto selvaggio più vicino. Mi piaceva andarci di sera tardi perchè magari avrei visto passare una volpe sospettosa o avvistato un petauro dello zucchero posato su un palo telefonico. I succiacapre si riunivano poco lontano a rimpinzarsi con gli insetti che bombardavano i lampioni stradali. Topi e gufi si esibivano in antichi rituali fra carnefice e preda. Avevano un'attenzione diversa rispetto agli animali delle regioni selvagge; un'attenzione estenuata, frutto di lunga e faticosa storia: subdoli incontri nel territorio occupato dagli esseri umani, tragiche vicende passate. 


E' la natura che tracima, che esonda, che occupa tutti gli spazi che può, che si riappropria di tutti gli spazi sottratti dall'uomo. E forse questa prepotenza, questa testardaggine apparentemente cieca, e insieme questa armonia, questa sincronia, questo sistema di pesi e contrappesi, spietato ma efficiente, ricchissimo ma riducibile a poche variabili, che affascina la biologa. 

E la biologa, che ci racconta queste cose, vive per cose come queste. Preferisce “l'osservazione all'interazione”. “Vivere per me - dice - era legato all'ecosistema e all'habitat, piacere per me era prendere coscienza dell'interconnessione fra esseri viventi” (p.104). Gli ecosistemi che predilige sono quelli in cui ogni traccia dell'uomo è solo intrusione, fastidio, presenza illegittima, spesso catastrofe. La biologa - figlia di un'artista alcolizzata e di uno scalcinato affarista intrallazzatore, cresciuta tra un trasloco e un altro in balia di due genitori dall'ego troppo grande per occuparsi di lei - la biologa fin da piccola ha sviluppato nel contempo una sorta di decisa distanza dal mondo degli uomini, un'introversione priva di imbarazzi, una ritrosia quasi orgogliosa a mostrarsi e a mettersi in gioco, una particolare forma di pacata antisocialità. 

Suo marito invece, il marito che è tornato dall'Area X svuotato e privo di personalità, presto morto di cancro, scomparso con il mistero dell'Area X ancora tutto intero, suo marito era l'esatto contrario. Socievole, spigliato, estroverso, aveva bisogno delle periodiche serate al pub in compagnia degli amici, i tavoli pieni di gente che beve e chiacchiera, il lieto frastuono del parlottare leggero, avere gente intorno, l'energia dell'interazione. Non poteva farne a meno. 

Il loro rapporto si fondava su una questa strana alchimia: lui uomo d'azione, attivo e innamorato, romantico ma non smielato perchè estremamente rispettoso della personalità di lei - che odiava la parola “amore” - ma anche estremamente affascinato della sua ritrosia al mondo esterno, dalla particolare personalità della moglie, che lui interpretava come autonomia e ricchezza interiore. 

Lei gli era affezionata, lo vedeva come un “sano antidoto” al suo carattere (pag.72), ma ultimamente litigavano troppo spesso. Nel periodo immediatamente precedente alla partenza di lui per l'Area X, i due si stavano lasciando. 

Poi succede che lei, già dentro fino al collo dentro la tragedia della dodicesima missione nell'Area X, trova il diario di suo marito e scopre che questo suo diario di bordo, lo strumento professionale fornito dalla Southern Reach per prendere appunti sulla missione, è tutto rivolto a lei, sua moglie, la biologa. È un continuo dialogo senza risposte verso di lei, e la cura e l'attenzione di suo marito per lei le fanno percepire meglio l'entità del suo amore. 

Le sue osservazioni personali erano impreziosite in tanti modi. Una nota a margine su una pozza di marea fra gli scogli sulla costa al di là del faro. Una lunga osservazione dell'uso atipico di un banco di ostriche affiorato durante la bassa marea da parte di un rincope che cercava di uccidere un grosso pesce. (…) Mio marito non badava a certe cose; perfino osservare attentamente il rincope e scrivere una pagina di appunti gli avrebbe richiesto grande concentrazione. Sapevo che quegli elementi erano destinati soltanto a me. Non c'erano frasi affettuose, ma io capivo che da quel pudore. Sapeva quanto odiassi la parola amore. (pag. 158)


Da qui la rivelazione. 

Lentamente, dolorosamente, compresi cosa avevo letto dalle prime righe del diario. Mio marito aveva una vita interiore che andava oltre la sua apparenza socievole, e se avessi avuto il buon senso di abbandonare le mie difese, sarei riuscita a rendermene conto. (…) Le avevo abbandonate davanti alle pozze create dalla marea, ai funghi che divoravano la plastica, ma con lui no. Fra tutti gli aspetti del diario, era quello che mi bruciava di più. Aveva contribuito anche lui ai nostri problemi: assillandomi troppo, chiedendomi troppo, cercando di vedere in me qualcosa che non esisteva. Ma avrei potuto andargli incontro e mantenere la mia sovranità. E adesso era troppo tardi. (p.157)


Ecco, la sovranità, la sovranità dell'Io, questa bugia, questa illusione, questo errore di prospettiva: l'individualità dell'uomo e la sua incapacità a compenetrarsi con gli altri. La biologa prende coscienza di questo vizio che sta alla base della sua persona - con grandi margini di generalizzazione a tutto il genere umano - e intanto la mia lettura mi porta, con modalità assolutamente non intellettuali, a ragionare sul fatto che l'Area X nel suo complesso - la sua natura, la sua Natura – potrebbe essere immaginata come un qualcosa di radicalmente diverso, radicalmente in competizione con questa caratteristica umana. L'individualità.

L'Area X è un'area incontaminata dall'uomo che in qualche modo intende restare incontaminata e ha trovato il modo per farlo. Ogni traccia dell'uomo viene fagocitata dall'Area X, che agisce come sistema, compenetrata, con una volontà di autoaffermazione e autoriproduzione decisa e senza dubbi. Dall'Area X l'uomo non torna o, se torna, torna svuotato, de-individualizzato. (Nel primo romanzo non compare nessun nome proprio ma soltanto i ruoli: la biologa, l'antropologa, la psicologa eccetera. Ovvio che non è un caso).

“Come” l'uomo viene fagocitato, “come” l'Area X riesce a restare incontaminata, diventa presto “il” mistero di questo libro, con epifanie terrificanti che sbucano di tanto in tanto, come quando la biologa nota un delfino che la guarda con ciò che non le sembra affatto un occhio di delfino, bensì un occhio dolorosamente “umano, quasi familiare” (p.92), o quando, alla fine de libro, scopre che molti elementi naturali - il muschio, una volpe morta - sembrano, dopo un esame al microscopio, composti da cellule umane modificate. 

L'Area X così, apparentemente anti-umana, potrebbe essere invece post-umana, frutto del fagocitamento e del superamento dell'uomo, della frantumazione, della trasformazione e della digestione delle sue molecole ma anche del suo intelletto imperfetto e soprattutto della sua individualità. E sarà interessante venire a sapere come la biologa affronterà tutto questo, dopo il suo Annientamento finale in cui un'entità misteriosa la distrugge e poi la ricompone. La biologa che da una vita osserva, con passione e dedizione, il mondo compenetrato, la compenetrazione e la relazione, ma che nel proprio intimo è sempre stata incapace di compenetrazione e relazione.

LINK ESTERNI

http://www.wired.it/play/libri/2015/03/18/annientamento-jeff-vandermeer-natura-iperoggetto-dichiarato-guerra-alluomo/

http://www.anobii.com/books/Annientamento/9788806218287/0111cb3588b9d32937

http://conamoreesquallore.blogspot.it/2015/03/annientamento-di-jeff-vandermeer-luoghi.html

http://www.isolaillyon.it/2015/03/28/annientamento-di-jeff-vandermeer-recensione.html

http://www.minimaetmoralia.it/wp/una-strada-per-il-romanzo-jeff-vandermeer-e-tom-mccarthy/

http://www.prismomag.com/area-x-degli-iperoggetti/