martedì 23 febbraio 2016

Recensione: Estetica del taglio, Tommaso Ariemma

La mia recensione di "Sul filo del rasoio. Estetica e filosofia del taglio". Doveva essere pubblicata su Libido Legendi ma purtroppo il progetto è naufragato.

Tommaso Ariemma, Sul filo del rasoio. Estetica e filosofia del taglio. Aracne Editore. 2013, pp. 88, 10 euro, ISBN - 9788854870321

Tra cultura pop e filosofia, i libri di Tommaso Ariemma sono una lettura che sorprende e affascina. Questo per esempio è una riflessione sul concetto di taglio, che permette all'autore - classe '80, originario di Napoli e docente di estetica all'Accademia di Belle Arti di Lecce - di parlare del nuovo fenomeno della serialità nelle serie tv americane e negli anime e manga giapponesi, del film Blade Runner, dell'ultimo Batman di Cristopher Nolan, di Burroughs, di Dickens, ma anche della storia del pensiero occidentale e della rivoluzione francese.

Il taglio sta alla base del nostro pensiero. La tematica, come abbiamo detto, è quella del taglio, elemento centrale per il nascere e lo svilupparsi di quella che è poi diventata la “cultura occidentale”. Si comincia ovviamente dalla cultura greca. Taglio come cesura e separazione ma soprattutto taglio come distinzione tra due elementi diversi, uscita dall'indifferenziazione e pratica della differenziazione. Se non c'è taglio non c'è relazione, insiste l'autore. Se non c'è taglio - separazione - non ci può essere un ricongiungimento. Il taglio è - paradossalmente - quel fattore che permette i legami, e questo gli antichi greci l'avevano chiaro in mente.

E il legame, il contatto con le cose diverse da sé stessi, sta alla base della conoscenza. Non c'è conoscenza senza struttura e non c'è struttura senza distinzione, dissezione, taglio; il taglio dunque non è nient'altro che la movenza primordiale del pensiero occidentale, critico e razionale. L''anatomia, per esempio, prima di diventare un potente strumento medico, era considerata una scienza filosofica. La dissezione dei corpi degli animali era, secondo Aristotele, la via maestra per comprendere filosoficamente l'essenza degli animali, ed è per questo che - si legge nel libro - “quando la teoria greca della verità come disvelamento fu messa “tra parentesi” in epoca medievale, furono vietate anche le pratiche di dissezione (per essere riprese pienamente nel Cinquecento), in quanto rappresentanti dello spingersi oltre i limiti di Dio. Un dio che, va detto, sembra tenere per sé proprio la pratica della dissezione”.

“Il mondo greco, e in special modo la sua poesia, sono ricchi di riferimenti alla dissezione e al taglio in generale. Prima che l'anatomia fosse applicata ai cadaveri, i greci già pensavano con spirito anatomico, per sezioni e dissezioni. La loro concezione del mondo, del resto, lo dimostra. L'ellenista Bruno Snell ha fatto notare come i greci dell'epoca omerica non avessero una concezione unitaria del corpo, bensì per frammenti e per pezzi. (…) “Omero – scrive Snell – parla sempre di agili gambe, di mobili ginocchia, di forti braccia, poiché queste membra rappresentano per lui una cosa viva, ciò che colpisce l'occhio””.

Il taglio come ipnosi, da Dickens a Lost. Dal mondo greco l'autore finisce per disquisire su Picasso e Lucio Fontana, passando per la Venere di Botticelli (storia di un taglio: la dea nata dalla castrazione di Urano), i film “cult” Blade Runner e Shining, approdando infine alla letteratura, raccontandoci della tecnica narrativa di Burroughs, fatta di “cut-up”, come una droga tagliata male, una vera e propria intossicazione narrativa; e infine approfondendo un autore fondamentale: Dickens. Si, Charles Dickens, il campione del feuilleton, del romanzo a puntate pubblicato ogni settimana sui giornali, l'autore più classico del romanzo popolare vittoriano. Amatissimo sia in vita che postumo, le sue storie attiravano l'attenzione anche degli analfabeti, degli operai, dei proletari, che accorrevano in massa per le sue letture pubbliche. Qual è il segreto di Dickens, si chiede l'autore? Nient'altro che questione di tagli.

Sono i tagli che Dickens compie sulle sue storie, il taglio che necessita un romanzo a puntate, che necessariamente deve essere ogni volta tagliato e deve ricominciare la puntata successiva. Dickens fu maestro nello sfruttare questi tagli, ma si inventa pure un modo nuovo nel tagliare, una nuova formula che si concentra sull'interruzione, sul segreto, sul mistero, su ciò che manca rispetto a ciò che c'è. Ad assicurare il successo a Dickens fu probabilmente questo senso di incompiuto, imperfetto, approssimativo anche un po' violentato, brutalizzato, delle sue opere; questo distruggere la struttura formale, questo sacrificare la trama per favorire - per esempio - l'emergere del carattere di un personaggio o l'aneddoto bello da raccontare, o altri elementi narrativi finora considerati di secondaria importanza.

Sono queste le caratteristiche delle opere di Dickens che donano loro quel tono più “reale”, o meglio più “vivo” che ha fatto impazzire i lettori. Una formula che produce precisi effetti “ipnotici”, peraltro adottata da uno scrittore che fu tra i primi promotori dell'ipnosi e della teoria del magnetismo animale (mesmerismo) destinata a prendere piede in Europa in quel periodo.

Il taglio come nuova narrazione, da Lost a Dickens. Ma Dickens non è solo un fenomeno vittoriano, arriva fino ai giorni nostri. Nella sua opera sono più importanti le vicende lasciate a metà rispetto a quelle concluse. È l'effetto Zeigarnick, dal nome della psicologa Bluma Zeigarnick, che sostiene che la nostra memoria tende a ricordare più i compiti incompiuti che quelli portati a termine. Lacan d'altra parte sosteneva che interrompere più volte la seduta psicanalitica con ciò che chiama “un taglio del timing” produce nel paziente un materiale associativo migliore.

Questo è un meccanismo portato alla ribalta di recente con il fenomeno della nuova serialità, prima sviluppata in Giappone con Neon Genesis Evangelion (1995), e poi adottato dalle serie tv americane, diciamo da Lost (2004) in poi.

Sono gli stessi sceneggiatori di Lost a dichiararlo: “Ci ispiriamo a Dickens e alla tecnica del romanzo a puntate vittoriano, scritto e letto un capitolo alla volta, con attenzione verso i feedback del pubblico”. Lost spinge infatti a divagare e approfondire. È una serie nata fin dall'inizio come “opera aperta”, con un occhio sempre al web e alla sua ragnatela di contenuti. Grazie ai tagli e alle cesure di Lost, infatti, grazie alle sue vicende lasciate in sospeso e alla sua vera e propria “strategia del taglio”, gli spettatori sono invogliati ad andarsi a cercare le cose sul web, ad approfondire singoli elementi, della narrazione, a discutere sui forum e valutare e proporre le diverse interpretazioni possibili.

Stessa cosa con l'ultimo capitolo della trilogia di Batman, “Il cavaliere oscuro – Il ritorno” (2012), firmato da Cristopher Nolan. Il regista racconta di quando il fratello (Jonathan Nolan, sceneggiatore dei suoi film) gli consegnò la sceneggiatura (400 pagine) dicendogli: “Leggiti Il Racconto Delle Due Città di Dickens, e capirai”. Il regista lesse e capì. E realizzò un film pieno zeppo di episodi dissonanti, con quel tocco finale di – sostiene Ariemma - “non finito, tagliato, larvato” che stimola la nostra attenzione tramite l'utilizzo di tecniche più o meno consapevolmente ipnotiche.

L'importanza della costrizione. E qui tocchiamo la tesi centrale del libro di Ariemma, ovvero la centralità del lettore/spettatore/fruitore nella narrazione che segue la strategia del taglio. Una modalità narrativa che “muove” il soggetto, lo costringe a inserirsi attivamente tra un taglio e l'altro, tra un vuoto e l'altro. “Dopo anni di ideologia sul ruolo passivo dello spettatore, spesso considerato come “carne da televisione” - scrive Ariemma - è arrivato il momento di dire che proprio la serialità, il seguito che comporta, fa luce sul cuore di tenebra della soggettività”. “La “cattura dell'attenzione” propria della società dello spettacolo non imbarbarisce ma nutre. Ebbene si, lo spettatore pop emancipato riesce a pensare “sotto costrizione”. Come se poi ci fosse davvero un altro innesco per il pensiero libero. Come non ha smesso di ricordarci Deleuze: “Il pensiero non è nulla senza qualcosa che lo costringa a pensare, che faccia violenza al pensiero. Più importante per il pensiero, è ciò che lo fa pensare””.

LINK

http://ninofricano.blogspot.it/2015/07/recensione-anatomia-della-bellezza.html

http://ninofricano.blogspot.it/2016/02/recensione-niente-restera-intatto.html

http://ninofricano.blogspot.it/2016/02/recensione-estetica-del-taglio-tommaso.html

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/05/13/news/la_filosofia_e_platone_spiegati_grazie_alle_serie_tv-139736866/

http://video.repubblica.it/edizione/napoli/a-scuola-arriva-la-pop-filosofia-il-prof-che-insegna-con-le-serie-tv-nietzsche-e-lost/239628/239545?ref=fbpr&ncid=fcbklnkithpmg00000001

http://www.mifacciodicultura.it/2016/05/24/serie-tv-film-anche-il-moderno-e-filosofico/