martedì 29 marzo 2016

Che ci festeggiate a fare?

Viale delle Scienze è un tunnel dell'orrore. L'Università degli studi di Palermo è un macello che macella, sminuzza, macìna. E' una fabbrica che non fabbrica. Che produce uno scarto abnorme - una percentuale vergognosa - di disoccupati e frustrati. Gente che butta via gli anni migliori della propria vita, che viene illusa e truffata, che dovrà fare i conti con i soffocamenti dell'ambizione, che rischia di finire vittima di un embolo e rimanere mutilata a vita dal mix letale di criminalità e trascuratezza denominato Università. Dati, cifre, indagini, proiezioni, ne ho i cassetti pieni, gli armadi ricolmi, le stanze ingorgate, tutta la casa ormai usurpata. Disoccupati e frustrati, sono una percentuale vergognosa, presso l'Università di Palermo. Ci sono interi corsi di laurea messi su non si capisce bene perché, interi corsi di laurea messi su soltanto per piazzare professori senza cattedra. I ragazzi lasciati allo sbando, i professori che non conoscono il mondo del lavoro, che sono tutti presi dalle loro battaglie interne, dalle loro competizioni di accademici, dalle loro frustrazioni esistenziali, dai loro obiettivi, dai loro percorsi, dalle loro vite di studio matto e disperatissimo che si chiedono ogni giorno se ne valga la pena. Non esiste didattica, orientamento, realismo. I ragazzi lasciati allo sbando, i professori persi tra le loro cose. Ma questa è l'università di massa, che volete? E' il diritto allo studio, che volete? Viale delle Scienze è un tunnel dell'orrore, un via vai su e giù di studenti che vanno a lezione, che tornano da lezione, che disbrigano pratiche, che telefonano correndo, che organizzano giornate. E' la macinazione perpetua dei giovani, fibrillanti e pieni di energia ma già macinati, già intaccati nel profondo senza che neanche se ne accorgono, già adulterati nelle loro occhiaie, nelle loro notti brave, nelle loro sigarette rullate, nei loro trolley strascicati sui marciapiedi, nelle loro premature stanchezze. E di tanto in tanto ci sono loro, questi assembramenti decontestualizzati di gente che sembrano flash mob ma non sono flash mob bensì discussioni di laurea, o più esattamente sono i post-discussione di laurea, lo spumante, il brindisi, il cin cin. Donne brutte e uomini brutti, nasi a becco, pappagorge, quintali di fondotinta, cravatte che nascondono pance, vestiti esageratamente eleganti tirati fuori dall'armadio e neanche lavati. Zaffate di sudore rancido e di profumo grossolano comprato per l'occasione. Spumante, brindisi, cin cin. Uomini vecchi siciliani e donne vecchie siciliane, vecchi di cinquanta, sessanta, settanta, ottant'anni, gente che è nata, cresciuta e vissuta dentro la grande bolla edilizia e clientelistica siciliana, quarant'anni di non-economia e di illusione imprenditorial-mafiosa che si è trascinata dietro vite intere, sogni, speranze, fatiche, progetti, visioni del mondo, sistemi di pensiero. Una bolla che si è riempita, si è riempita, e ora è scoppiata. Quanti sono quelli che se ne sono resi conto? Gente ingenua che si sente furba e gente ingenua che si sente ingenua, tutti comunque a brindare, a festeggiare, colmi di speranza per il giovane che si è appena laureato, che chissà che gran futuro che lo aspetta, che chissà se riuscirà a tirarsi fuori da questa merda di isola che noi ci siamo vissuti con la merda fino alle ginocchia, una vita, un'intera vita. Poveretti. Nelle facce di questi vecchi padri o vecchi zii o vecchi nonni c'è la beffa. Loro non lo sanno ma hanno la beffa in faccia, lo scherzo, la carnevalata. Perché cos'è questo vestirsi eleganti, scomodi, a disagio, se non un carnevale? I sudditi fanno finta di essere re, per un giorno, poi il giorno dopo di nuovo sudditi. Il carnevale serve a sfogarsi e a ripartire, è la temporanea sospensione della gerarchia sociale per rafforzare e confermare la gerarchia sociale. Cos'è l'Università degli studi se non un carnevale per sudditi? A parte qualche sparuta eccezione, infatti, i figli dei ricchi non frequentano l'Università di Palermo ma volano verso ben più prestigiose mete italiane ed estere. Palermo è per sudditi, Palermo è per poveri, Palermo è per poveri illusi, poveri diavoli, poveri senza il culo parato. Il brindisi del post-laurea è un carnevale, la festa di laurea è un carnevale, la laurea è un carnevale. Con l'università di massa e il diritto allo studio la laurea ha senso soltanto come rituale carnevalesco, pratica sfogatoria, totem apotropaico. Si laureano cani e porci, un pezzo di carta non lo si nega a nessuno, le percentuali di disoccupati e frustrati sono vergognose. Che ci festeggiate a fare?

lunedì 14 marzo 2016

Non avete niente da dare ed è un furto quel poco che avete da chiedere alla vita

Sono stato in un pub frequentato dai giovani d'oggi. Nelle loro facce l'ostentata furbizia di rito, l'ostentata svagatezza e noncuranza della movida urbana, ormai vissuta e consumata come un diritto inalienabile. Il baratro di questa generazione lo si trova appunto in questa furbizia, svagatezza, noncuranza. Lo si trova precisamente nell'assenza di amore, nei giovani d'oggi, amore nel senso di eros, nel senso di creazione di una vita nuova (specificatamente) e creazione di qualcosa di nuovo (generalmente). La nostra generazione non ha figli e non vuole avere figli, ecco il punto: è impotente, è sterile. La nostra generazione non ha generazione, non è generativa, è degenerata, a-generante. Siamo un mescolìo confuso di roba morta, siamo Frankestein, ma neanche Frankestein, e nemmeno lontanamente Golem, nessun soffio di vita, soltanto roba morta accatastata che fa finta di muoversi, che crede di dar l'impressione di muoversi, mentre invece è inerte, immobile, piena di polvere. Confusamente, fa tutto confusamente, senza una direzione, questa generazione - parla, pensa, vive - il tutto in un fibrillìo nevrastenico che paradossalmente finisce per riempirsi sempre di polvere. (E la polvere, in definitiva, cos'è? Roba morta). Il baratro di questa generazione è precisamente questo: Non Avere Più Le Forze Per Creare. E il bello è che, poi, il linguaggio della nostra generazione - complice i social network, ma anche complice la trasformazione antropologica che è avvenuta in Italia e nel mondo occidentale dagli anni Ottanta ai giorni nostri - il suo linguaggio è diventato sempre più pompatamente euforico e finto-entusiasta, mutuato sempre di più dal marketing, dalle strategie di vendita, dal cinismo calcolatore ammantato di packaging emotivamente sbrilluccicante. Ma magari avessimo un briciolo di cinismo calcolatore, magari. Invece, nella gran parte dei casi, finiamo per credere al nostro packaging, e ci soffriamo dietro, e ci viviamo e ci moriamo dietro, e le nostre emozioni sono finte emozioni, talmente avvolti in infiniti strati di carta di imballaggio, carta lucida, carta di pane, carta di uovo di pasqua, che finiamo per scambiare i nostri soffocamenti per i nostri respiri. E infine il senso di periferia, fondamentale per i giorni nostri e che sarà sempre più fondamentale per il futuro. Il senso di periferia che si nota dappertutto, nelle pieghe delle occhiaie dei giovani d'oggi, nel loro colorito livido e giallognolo, nelle increspature biliose dei loro sorrisi, nei loro occhi strizzati dall'euforia auto-indotta delle serate della movida ormai vissuta e consumata come un diritto inalienabile. Ci sentiamo sempre più periferici, ecco, sempre più lontani da un Centro che è sempre più irrintracciabile. E' periferia anche Milano e Roma, è periferia pure New York e Londra, è tutto periferia, questo mondo qui. E potremmo sempre stare in un posto migliore, lì dove si decide qualcosa e non siamo soltanto trascinati dalla corrente. E invece siamo costretti a stare in questa merda di bidonville, di favela, ci sentiamo sempre incatenati, dovunque noi siamo, e tutto ciò ci rende invidiosi, rancorosi, livorosi. La bile verde trabocca da ogni gesto, da ogni mano in tasca a prendere l'accendino, da ogni labbro che si appoggia al bicchierone da cocktail, da ogni sguardo corrucciato nello sforzo di sostenere una conversazione, da ogni alito di bocca aperta durante la chiacchierata amena. Bile verde ovunque, egoismo furbo svagato noncurante, niente amore, niente eros, niente creazione. Questo il baratro, questo il rischio, la rabbia, il disprezzo generalizzato e pregiudiziale verso queste Merde (citazione) che Non Hanno Niente Dare ed è un Furto Quel Poco Che Hanno Da Chiedere Alla Vita.

giovedì 3 marzo 2016

Recensione: Contro l'antimafia, Giacomo Di Girolamo

Oggi pubblico su Satisfiction una recensione di "Contro l'antimafia" di Giacomo Di Girolamo, Il Saggiatore. Puoi leggerla qui.
Questo libro l'ho letto con dolore e senso di impotenza, forse perché è scritto con dolore e senso di impotenza. Ma, questo libro, mi chiedo, sarà utile o dannoso? Servirà a qualcosa? Sarà compreso bene o sarà volgarmente strumentalizzato? Questo libro è un'incognita. Non ho nessuna fiducia nei lettori. E ancor meno fiducia nei non-lettori da social network che gli arrivano input e subito saltano dalla sedia sputando sentenze, come scimmie urlatrici e cavie pavloviane. Ma d'altronde l'autore dice tutto nel prologo, azzeccatissimo, denudante: "Non ho mai avuto paura, adesso si".