lunedì 14 marzo 2016

Non avete niente da dare ed è un furto quel poco che avete da chiedere alla vita

Sono stato in un pub frequentato dai giovani d'oggi. Nelle loro facce l'ostentata furbizia di rito, l'ostentata svagatezza e noncuranza della movida urbana, ormai vissuta e consumata come un diritto inalienabile. Il baratro di questa generazione lo si trova appunto in questa furbizia, svagatezza, noncuranza. Lo si trova precisamente nell'assenza di amore, nei giovani d'oggi, amore nel senso di eros, nel senso di creazione di una vita nuova (specificatamente) e creazione di qualcosa di nuovo (generalmente). La nostra generazione non ha figli e non vuole avere figli, ecco il punto: è impotente, è sterile. La nostra generazione non ha generazione, non è generativa, è degenerata, a-generante. Siamo un mescolìo confuso di roba morta, siamo Frankestein, ma neanche Frankestein, e nemmeno lontanamente Golem, nessun soffio di vita, soltanto roba morta accatastata che fa finta di muoversi, che crede di dar l'impressione di muoversi, mentre invece è inerte, immobile, piena di polvere. Confusamente, fa tutto confusamente, senza una direzione, questa generazione - parla, pensa, vive - il tutto in un fibrillìo nevrastenico che paradossalmente finisce per riempirsi sempre di polvere. (E la polvere, in definitiva, cos'è? Roba morta). Il baratro di questa generazione è precisamente questo: Non Avere Più Le Forze Per Creare. E il bello è che, poi, il linguaggio della nostra generazione - complice i social network, ma anche complice la trasformazione antropologica che è avvenuta in Italia e nel mondo occidentale dagli anni Ottanta ai giorni nostri - il suo linguaggio è diventato sempre più pompatamente euforico e finto-entusiasta, mutuato sempre di più dal marketing, dalle strategie di vendita, dal cinismo calcolatore ammantato di packaging emotivamente sbrilluccicante. Ma magari avessimo un briciolo di cinismo calcolatore, magari. Invece, nella gran parte dei casi, finiamo per credere al nostro packaging, e ci soffriamo dietro, e ci viviamo e ci moriamo dietro, e le nostre emozioni sono finte emozioni, talmente avvolti in infiniti strati di carta di imballaggio, carta lucida, carta di pane, carta di uovo di pasqua, che finiamo per scambiare i nostri soffocamenti per i nostri respiri. E infine il senso di periferia, fondamentale per i giorni nostri e che sarà sempre più fondamentale per il futuro. Il senso di periferia che si nota dappertutto, nelle pieghe delle occhiaie dei giovani d'oggi, nel loro colorito livido e giallognolo, nelle increspature biliose dei loro sorrisi, nei loro occhi strizzati dall'euforia auto-indotta delle serate della movida ormai vissuta e consumata come un diritto inalienabile. Ci sentiamo sempre più periferici, ecco, sempre più lontani da un Centro che è sempre più irrintracciabile. E' periferia anche Milano e Roma, è periferia pure New York e Londra, è tutto periferia, questo mondo qui. E potremmo sempre stare in un posto migliore, lì dove si decide qualcosa e non siamo soltanto trascinati dalla corrente. E invece siamo costretti a stare in questa merda di bidonville, di favela, ci sentiamo sempre incatenati, dovunque noi siamo, e tutto ciò ci rende invidiosi, rancorosi, livorosi. La bile verde trabocca da ogni gesto, da ogni mano in tasca a prendere l'accendino, da ogni labbro che si appoggia al bicchierone da cocktail, da ogni sguardo corrucciato nello sforzo di sostenere una conversazione, da ogni alito di bocca aperta durante la chiacchierata amena. Bile verde ovunque, egoismo furbo svagato noncurante, niente amore, niente eros, niente creazione. Questo il baratro, questo il rischio, la rabbia, il disprezzo generalizzato e pregiudiziale verso queste Merde (citazione) che Non Hanno Niente Dare ed è un Furto Quel Poco Che Hanno Da Chiedere Alla Vita.