giovedì 12 maggio 2016

Schiavi

Negli occhi di un uomo a cui mancano cinque-dieci-quindici anni alla pensione, che fa un lavoro di merda, che il suo lavoro è agitarsi e/o sudare senza un perchè, spappolarsi la schiena e/o spremersi le meningi, frenare i battiti del cuore e/o soffocare i respiri grossi, negli occhi di quest'uomo che si trascina verso la pensione, che tutto ciò che guadagna spende, che a fine mese ci arriva sempre più affannato, che per lui guadagnare soldi è diventato ormai come respirare, e respira sempre più a fatica (e gli dicono: e almeno tu un lavoro ce l'hai! Pensa a tutti quelli che sono disoccupati! Almeno tu puoi respirare! Ringraziare, dovresti ringraziare per questo!), negli occhi di quest'uomo ossessionato dalle tasse le tasse le tasse l'affitto da pagare i figli da mantenere, il maledetto denaro che è insieme il danno e la beffa, una seconda necessità, un secondo corpo sofferente, un secondo respiro che vuole ossigeno, una seconda probabilità di soffrire, ammalarsi, soffocare, morire, una seconda mortalità che ti imprigiona e ti inchioda al tuo lavoro, una prigione senza mura e senza finestre: la schiavitù, negli occhi di quest'uomo, io vedo la schiavitù nel mondo occidentale contemporaneo, la schiavitù in seno alle nazioni più ricche e opulente del pianeta Terra.
(Ringraziare, dovresti ringraziare per questa tua schiavitù! Ingrato maledetto!)
Sono le sei del mattino, l'uomo esce da casa per andare a lavorare, io lo guardo negli occhi e subito distolgo lo sguardo, ed ecco che arriva un ragazzino con la Smart che si ferma, esce dalla Smart, mi si avvicina barcollando e mi chiede se ho da accendere.
Io lo faccio accendere e gli chiedo:
- Cosa hai fatto?
E lui: - Mi sono fatto la serata.
E io: - E ti sei divertito?
E lui: - Si, mi sono troppo divertito.
E io: - E cosa hai fatto di preciso?
E lui: - Ballare, bere, privè, femmine. Le solite cose.
In realtà è rimasto a casa di un suo amico, precisamente in un magazzino, a giocare a Pes e a farsi le canne, lui e altri tre amici, una serata così, tanto ridere perché si sono fatti tante canne, ma è dura per tutta una notte mantenere alto il livello dell'allegria.
Il ragazzino si gira per andarsene, arriccia le spalle. Il sogno di questo ragazzino, che non ha mai mostrato nessuna curiosità per il mondo, nessuna seppur tiepida attitudine, nessuno stupore, nessun pathos e ovviamente nessun talento, il suo sogno è arruolarsi al più presto nell'esercito, essere preso al più presto dall'esercito, possibilmente prima dei vent'anni.
Mi dice: - Così faccio trentacinque anni di servizio e massimo a cinquantacinque anni sono in pensione, ancora con tutta la vita davanti.
- E puoi spassartela.
- E posso spassarmela.
Il suo sogno è arruolarsi nell'esercito, andare in pensione massimo a cinquantacinque anni, e spendere gli ultimi decenni della propria vita a fare turismo sessuale nel Sud Est asiatico. E farsi finalmente tutte le troiette che oggi  non gliela danno.
Prima che possa andarsene, lo fermo per l'ultima volta e gli chiedo:
- Per te cos'è il denaro?
Lui sorride furbo - Il denaro? Che domande. Il denaro serve a godersi la vita.

venerdì 6 maggio 2016

Recensione: La grande avventura della fisica, Vittorio Silvestrini e Bruno Bartoli

Oggi pubblico una recensione su Satisfiction: "La grande avventura della fisica. Da Galileo al Bosone di Higgs" di Vittorio Silvestrini e Bruno Bartoli. Puoi leggerla qui

mercoledì 4 maggio 2016

Brutte copie

L'invadenza dei fotografi alle cerimonie di matrimonio è la cifra di un mondo alla deriva. La cerimonia religiosa si piega alle esigenze della sua rappresentazione audiovisiva. Gli sposi aspettano il cenno del fotografo per camminare, per girarsi, per darsi la mano, per baciarsi. Il prete chiede permesso al ragazzino del flash per poter dare la sua benedizione e per officiare il suo rito millenario, così, senza nessun orgoglio, senza nessuna indignazione, la Tradizione che è si resa precocemente conto che ormai ogni rito è svuotato di senso, che è rimasta soltanto la rappresentazione audiovisiva a spargere un po' di senso su questa realtà-sempre-meno-realtà-e-sempre-più-boh. Poco ci manca che il fotografo dica: "Ciak si gira", "Non va bene, rifacciamolo". Poco ci manca, per incoronare definitivamente il fotografo come Sovrano della Realtà. La realtà, questo gran bordello. Il selfie costante e l'ansia di fare sempre la foto del Bel Momento che stiamo vivendo, l'ansia ossessiva e psico-patologica di non perdere l'occasione per costruire un Bel Ricordo - alimentata dalla disponibilità illimitata e mobilitante e paralizzante data dallo smartphone - questa ansia è la smorfia della maschera beffarda che è la nostra condizione di occidentali del terzo millennio. Una smorfia che non si capisce se è un riso o un pianto, perché una volta era così: prima si viveva e poi si ricordava; mentre adesso invece si rischia di non vivere più perché c'è l'urgenza del ricordo, o meglio: adesso la costruzione del ricordo - la facilità di costruzione del ricordo, data dallo smartphone - rischia di annullare l'esperienza (perché ricordo ed esperienza hanno tempi diversi e qualità diverse, così come vita e narrazione sono due cose distinte e separate, e se la seconda prevale sulla prima, beh, abbiamo qualche problema). E nella testa, nelle nostra testa, cosa ci fa Tutto Questo? Il nostro primo bacio è arrivato dopo aver visto in tv almeno un migliaio di Primi Baci. Ogni esperienza che viviamo ha generalmente un suo corrispettivo mediatico, un modello, un’idea, uno stereotipo di solito già abusato e logoro. Tutto in effetti sembra abusato e logoro. Tutto ciò che riguarda la nostra vita di tutti i giorni, le nostre grandi e piccoli esperienze. C’è spazio per il nuovo, in questo mondo qua? O siamo condannati a essere tutti e sempre Brutte Copie di qualcosa? Condannati a vivere una vita di merda (o una non-vita) ma in compenso possederne un Bel Ricordo? Vivere una vita di merda ma venire bene nelle foto?