lunedì 2 maggio 2016

Recensione: Le confessioni di Roman Markin, Anthony Marra

Oggi pubblico su Satisfiction una recensione del romanzo di Anthony Marra, "Le confessioni di Roman Markin". Puoi leggerla qui.


Le confessioni di Roman Markin

Autore: Anthony Marra/Frassinelli/pp.324/€ 19,50


Ci voleva un americano da restare a bocca aperta, come questo Anthony Marra, classe 1984, per raccontare queste cose in questo modo. “Le confessioni di Roman Markin” è una sinfonia composta di numerosi movimenti, tanti fili che vengono fatti scorrere a lungo, sempre con respiro ampio e sicuro, per poi riannodarsi infine con grazia e delicatezza. Grazia e delicatezza le parole chiave della narrativa di questo autore – già al secondo romanzo, dopo il pluripremiato esordio “La fragile costellazione della vita” - un'armonia e un gusto per la composizione e il dettaglio, un'ironia e una mai troppo indulgente umanità, che gli permettono di affrontare le storie di questo libro: storie terribili, estreme, stranianti. Questo libro racconta settant'anni di storia dell'Unione Sovietica, arrivando fino agli anni Duemila, dopo il crollo del muro, nella Russia odierna, dove il controllo soffocante del Partito spesso è stato soppiantato in blocco dal pugno di ferro dei trafficanti di droga, dei funzionari e politici corrotti e degli oligarchi senza scrupoli. La Storia non viene presa di petto ma viene vista sotto i tanti piccoli-grandi punti di vista dei tanti piccoli-grandi personaggi di questo libro. La chiave angolare è fissata in due luoghi periferici ma emblematici: Kirovsk, in Siberia, dove risiedono i discendenti di un gulag, dove il lago è tossico, le ciminiere delle fonderie di nichel eruttano continuamente fumi velenosi, metà degli abitanti muore prima dei cinquant'anni di cancro ai polmoni e perfino la neve è colorata di metallo; e poi Groznys, in Cecenia, teatro della guerra degli anni Duemila, dove la morte è a ogni angolo, i terreni sono disseminati di mine antiuomo e la popolazione non si allaccia la cintura di sicurezza in segno di sfida verso la Russia. Due luoghi infernali. Atmosfere e situazioni degni della fantascienza post-apocalittica distopica. Il pregio di questo libro – nella sua ricchezza disarmante di vicende, personaggi e gesti che difficilmente il lettore si dimenticherà – è di raccontare questi luoghi, questo mondo (che poi è un terzo del pianeta) non col piglio sensazionalistico, pietistico ed efferato dell'occhio occidentale, non col cinismo sbrigativo dell'occidentale che sciorina aneddoti per tratteggiare velocemente la disumanità di una dittatura, l'assurdità di una costruzione sociale totalitaria, l'atrocità di una guerra eccetera eccetera, ma di raccontarli invece con un'umanità e una cura che ci fa davvero ri-vivere, ri-attraversare, sentire-nel-tempo, questi luoghi e questo mondo. L'autore, in altre parole, fa ciò che dovrebbe fare ogni narratore che si rispetti: farci toccare realmente, ri-vivere, ri-attraversare, farci sentire-nel-tempo, luoghi e mondi che non conosciamo. E lo fa con una maestria, una sensibilità e un'efficacia sconcertanti, degni di un DeLillo o di un Franzen, per dire, ma con una cifra tutta personale. In più si ride, e molto, e si piange e si ride, spesso insieme, in questo libro, perché l'autore sa trarre epifanie di candore anche dalla materia più turpe. Un grande scrittore, dunque, e un grande libro. Una sola cosa è certa. Ne sentiremo parlare ancora.