venerdì 23 settembre 2016

Recensione: L'antagonista, Edoardo Zambelli

Oggi pubblico su Satisfiction una recensione de "L'antagonista", esordio di Edoardo Zambelli, Laurana. Puoi leggerla qui.

Autore: Edoardo Zambelli / Laurana / pp. 215 / € 15

Un esordio promettente, questo L’antagonista di Edoardo Zambelli, classe 1984, di Trani ma residente a Cassino. L’ennesima scoperta di Giulio Mozzi e della casa editrice Laurana. Il romanzo in questione è una sorta di giallo introspettivo perfettamente calibrato e privo degli eccessi e delle ingenuità che generalmente caratterizzano gli esordi. L’autore infatti dimostra di avere un controllo perfetto della scrittura, una sapienza e un gusto che sono propri del narratore consumato.

Inoltre, scrive Giulio Mozzi su Vibrisse: “l’autore – e lo dico anche avendo letto svariate altre cose di Zambelli, ancora non pubblicate – avanza nella narrazione con la sicurezza di chi ha un intero mondo in testa (un mondo che somiglia a quello reale, ma funziona in un modo leggermente – e inquietantemente – diverso)”.

La storia, apparentemente lineare, è quella di un uomo di trentatré anni che ha perso il controllo della propria vita. Vive a Bari, di mestiere fa il web content manager per un sito di cinema, dove le sue aspirazioni di critico cinematografico vengono quotidianamente frustrate dalle logiche del marketing e della promozione a tutti i costi. La moglie l’ha lasciato a causa della sua indolenza e apatia. La sua unica speranza è un romanzo che intende scrivere e di cui ha in testa una sola immagine ossessiva. Una ragazza che passeggia sola su una spiaggia. Spinto da questa speranza, si trasferisce in una casa sul mare a Torre dell’Orso – è inverno, piove sempre, è una location spettrale – e comincia in questo modo il suo tentativo di riprendere controllo sulla propria vita. La routine stabilita a fatica viene presto spezzata dalla notizia del suicidio di una ragazza, Erika, un amore giovanile di cui il protagonista ha perso le tracce da più di dieci anni. Da qui comincia un viaggio – prima a Gonzaga, in provincia di Mantova, e poi a Roma – che è insieme una ricerca della verità su Erika e un tentativo di esorcizzare, quando non scacciare, confusi fantasmi del passato.

La trama si dipana come il più classico dei nostos, i “ritorni” nei luoghi del passato, carichi di sensazioni inusuali, nostalgie e malinconie, ma anche come un meno classico “giallo”, in cui il protagonista “indaga” tra personaggi sfuggenti e indizi evanescenti, in un’atmosfera rarefatta che è la cifra di questo libro.

Mozzi parla di “realismo magico”, o meglio di “realismo minato”, per descrivere il gioco sottile dell’autore rispetto alla materia narrativa. Un gioco sofisticato e appunto sottile, un esercizio acrobatico appeso a un filo. L’autore infatti lavora molto sulle sfumature, su una certa aria di sogno – o di incubo – che pervade le vicende narrate. Basse frequenze, flebili echi e pennellate leggere, quasi impercettibili, che rendono l’esperienza di lettura insieme coinvolgente e straniante, ambigua ma affascinante.

L’elemento che più salta all’occhio è un netto contrasto, uno stridore, una dissonanza. Da un lato c’è un realismo scrupoloso, maniacale, una vera e propria orgia di dettagli banali, riportati in maniera quasi ossessiva, una tecnica che rende la prima parte del libro una coreografia di materia ipnotica assimilabile a certe sequenze di Antonioni oppure a Dillinger è morto di Ferreri. Dall’altro lato c’è la succitata atmosfera rarefatta, aria di sogno o di incubo, questo vago senso di irrealtà che pervade tutto ciò che è apparentemente verosimile fino a esondare in vere e proprie apparizioni ai limiti del soprannaturale (o dello psicotico, schizofrenico, comunque allucinato). Presto la storia principale si interseca inoltre con un’altra, impercettibilmente metanarrativa, probabilmente è il protagonista stesso che prova a scrivere il suo romanzo, e ciò confonde ancora più i piani, creando quello sfasamento onirico, quella confusione controllata, a cui l’autore tende continuamente ma sulla quale – sapientemente – non calca mai la mano.

A tal proposito, sempre Mozzi, dà la cornice filologica di questo “elemento fantastico: sottile, non immediatamente percepibile, fatto di più di assenze che di presenze, di vuoti che di apparizioni”: “Non è un caso se uno degli scrittori più amati da Zambelli è Alberto Ongaro: che, oltre a scrivere romanzi, è stato per anni e anni sodale (nella vita, nelle invenzioni, nei viaggi) di Hugo Pratt, per il quale ha sceneggiato le avventurosissime storie de L’ombra (Corriere dei piccoli, 1964: i vecchietti come me ricorderanno; io ricordo che mi faceva un sacco paura). Questo tipo di fantastico tende ad avere nell’Italia letteraria un riconoscimento debole, nonostante la nobile tradizione (da Palazzeschi a Bontempelli – mentre il favolismo di Calvino è un’altra cosa) e gli occasionali successi commerciali (tanto per non negarsi un esempio lampante: in quanti, prima di vedere il film di Saverio Costanzo, si erano resi conti che La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano è un romanzo con importanti elementi fantastici, quasi gotico?). E la mia speranza è che la pubblicazione de L’antagonista risollevi l’interesse critico nei confronti di questo modo dell’immaginare e del narrare”.