lunedì 10 ottobre 2016

Recensione: Il primo martire di mafia - L'eredità di padre Pino Puglisi, Salvo Ognibene e Rosaria Cascio

Oggi pubblico su Satisfiction una recensione su "Il primo martire di mafia – L'eredità di padre Pino Puglisi" di Salvo Ognibene e Rosaria Cascio. Puoi leggerla qui. 

Recensione di Nino Fricano

Autori: Salvo Ognibene, Rosaria Cascio/EDB/pp.240/€ 18

Brancaccio, Palermo. Un quartiere che sta al centro degli innumerevoli cerchi concentrici che alimentano questo libro su padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993 dopo quattro anni esatto di “servizio” presso il quartiere. Servizio pastorale ed evangelico, di un Vangelo vissuto per strada, fuori dalla parrocchia, a quotidiano contatto con i bambini, i poveri, gli emarginati, gli ultimi. Un'attività religiosa, sociale e culturale che inizia con la collaborazione con il comitato intercondominiale, animato da residenti di buona volontà, e si compie con l'istituzione del Centro Padre Nostro, il servizio sociale della Chiesa di San Gaetano, che diventa il vero fulcro dell'attività di padre Puglisi e della sua rete di volontari. Quattro anni che hanno un risultato inedito, rivoluzionario: “La mafia non ha più lo stesso controllo del territorio e comincia a perdere, anche e soprattutto, il controllo dei bambini. A essi si rivolge padre Puglisi che propone loro il gioco piuttosto che il furto, il sostegno scolastico anziché la pistola (p.20)”. La decisione di ucciderlo, commissionata dai fratelli Graviano ed eseguita dai killer Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza, arriva come sanzione e riconoscimento della “pericolosità” dell'opera di Padre Puglisi, e dunque della sua efficacia e della sua importanza. Arriva anche in un contesto nazionale particolarmente tempestoso, all'indomani delle stragi di Capaci e via D'Amelio, ma anche e soprattutto all'indomani del celebre discorso contro la mafia di Papa Giovanni Paolo II presso la Valle dei Templi (9 maggio 1993) e delle bombe di Firenze (via dei Georgofili, 27 maggio 1993), Milano (via Palestro, 27 luglio 1993) e Roma (San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro, 28 luglio 1993, attentato fallito presso lo Stadio Olimpico, 31 ottobre 1993).

Brancaccio, Palermo. Ovvero, dagli anni Ottanta, “la sintesi funesta di una politica scellerata di mancata pianificazione territoriale da parte del Comune di Palermo. Cittadini espiantati dal centro storico e collocati altrove, senza politiche di integrazione, senza servizi, senza infrastrutture di sostegno. Senza niente. Senza neanche pensare se e come centinaia di esseri umani possono essere inseriti in un luogo, già di per sé difficile, e qui abbandonati alla legge del più forte. Improvvisamente, da un giorno all'altro, da borgata di un migliaio di abitanti, Brancaccio si risveglia quartiere di tredicimila anime senza, però, le infrastrutture necessarie . E, così, scoppia tutto: i bambini evadono l'obbligo scolastico, vanno a lavorare a dieci anni, furti di diverso genere, sporcizia ovunque, degrado. Stato di abbandono. Brancaccio è anche questo, Brancaccio è questo insieme ad altro. A Brancaccio c'è un passaggio a livello che è da sempre il terrore degli abitanti. I bambini giocano vicino a quelle rotaie sulle quali, anche a barre abbassate, corrono a recuperare il pallone facendola franca al treno in corsa che sta per arrivare. Prima non c'erano neanche le barre, ma solo una catena. Negli anni ne sono morti di ragazzini e tanti hanno rischiato di morire. Giovedì 24 marzo 1983 è toccato a Rita, 6 anni, vittima del treno locale per Cefalù e della povertà. Per il suo funerale le mamme della zona hanno fatto una colletta per aiutare la sua famiglia che, nell'ultimo periodo, ha vissuto in dieci in due stanze e grazie agli aiuti alimentari dei vicini. Storie come la sua, qui a Brancaccio, ce ne sono tante. Quando, nel settembre 1990, padre Puglisi arriverà da queste parti, nonostante l'esperienza di tanta povertà conosciuta nei suoi anni di sacerdozio e di vita, rimarrà comunque colpito. Parlerà spesso, ai suoi amici, di quanto ha visto: bambini costretti alla prostituzione, vecchi che muoiono senza l'attenzione di nessuno tanto che vengono ritrovati, senza vita, per il cattivo odore che emanano i loro corpi abbandonati, disabili chiusi in casa come se fossero appestati o, peggio, una vergogna da nascondere agli altri (pp.104-105)”.
Su tutto questo, la cappa di Cosa Nostra, organizzazione che – prima della venuta di padre Puglisi - “continua ad essere la vera e unica forza che decide le sorti di ognuno. E ha deciso, per esempio, che non debbano esserci una scuola, dei servizi sociali e sanitari e nemmeno fogne e neanche case civili. Il degrado, l'abbandono, la promiscuità e l'incuria decidono altro per quegli uomini e quelle donne condannati alla miseria e alla negazione dei diritti minimi (p.18)”.

Brancaccio, Palermo. Inferno di casermoni, periferico ma centrale, centrale per le logiche mafiose e dunque centrale per le logiche del potere tout court. Il colpo di pistola alla nuca del 15 settembre 1993 è un'esplosione centrale per la storia della mafia (e dunque del potere) e per la storia della chiesa, e quindi (anche) per la storia della società italiana e (ovviamente) per il potere. Questo libro, partendo da Brancaccio, e tornandoci ripetutamente, dirama i suo cerchi concentrici in varie direzioni. È un reportage accurato su Brancaccio, prima e dopo padre Puglisi, con numerosi contributi e testimonianze. È una biografia di padre Puglisi, che rende il giusto merito anche alla sua attività meno conosciuta, durante gli anni '70 e '80, per inquadrare meglio, al di là degli slogan e delle formule di rito, le caratteristiche dell'uomo, del prete, dell'intellettuale, dell'operatore sociale e dello straordinario aggregatore e valorizzatore di persone che era. È il racconto di un pezzo di storia, a più livelli, come abbiamo detto. Ma è anche un tentativo di analisi, approfondita e molto competente, sottolineando sia le luci sia le ombre, del rapporto attuale tra mafia e chiesa e chiesa e mafia. È principalmente un tentativo di fare il punto della situazione, in un contesto in cui la beatificazione di padre Puglisi (25 maggio 2013) e la novità dottrinale della mafia come “struttura di peccato” pone questioni cruciali alle gerarchie cattoliche e a tutti i membri del clero operanti nei territori.

Gli autori sono Salvo Ognibene, già autore de L'eucarestia Mafiosa (qui la recensione di Satisfiction: https://goo.gl/VTfWtr), e Rosaria Cascio, insegnante di Lettere e collaboratrice di padre Puglisi. Il loro lavoro, di cui questo libro è il principio, continua su www.chiesaemafia.it