mercoledì 19 luglio 2017

Un post su Rosalio: Io odio la Sicilia (in 4 parti)

Oggi pubblico un post su Rosalio. Qui la prima parte. Qui la seconda parte. Qui la terza parte. Qui la quarta parte.

(I di IV)

La Sicilia è quel posto dove chi ha raggiunta una seppur minima posizione di potere fa di tutto per fartelo pesare. La Sicilia è ostentazione di questa seppur minima posizione di potere. È esagerazione ed eccesso di questa ostentazione. Il professore universitario, il medico, il politico, il professionista, in Sicilia, di norma “se la tira di più” e inoltre è più arrogante, più irascibile e più prevaricatore del suo omologo non-siciliano.
Perchè? Per insicurezza, fondamentalmente.
In questa terra che tutto fa per piallarti piano piano le aspirazioni fino all’assottigliamento definitivo, in questo aridissimo deserto per le potenzialità dello sviluppo sociale e umano dell’individuo, qui dove il fatalismo e l’inazione paralizzano ogni circolo di sangue, bisogna capire che qualcosa si deve pur fare, per reagire. In qualche modo si deve pur esorcizzare tutto questo, soprattutto se in qualche modo “ce l’hai fatta”, soprattutto se non sei uno che non ha niente da perdere, e anzi qualcosa da perdere ce l’hai (la tua seppur minima posizione di potere) e dunque stai bene attento a non abbassare la guardia, perché magari in un batter d’occhio il fato inesorabile ti può fregare.

(II di IV)

Una delle cause della rovina della Sicilia è il suo calore umano, la sua appiccicosità mediterranea. È l’ atteggiamento asfissiante di chi fa scoppiare ogni bolla prossemica e ti alita in faccia mentre ti parla, ti prende a braccetto, annulla ogni vera intimità scagliandoti contro la sua sedicente intimità imposta e non-richiesta.
Il fatto che il siciliano spesso è immediatamente amichevole, si prende subito confidenza, de-formalizza fin da subito ogni contatto umano, deriva probabilmente dall’inabitudine tutta siciliana ai rapporti umani liberi e simmetrici, spogliati da ruoli e aspettative di ruolo, forme e formalità, movimenti da scacchiera e asimmetrie di potere più o meno occulte.
C’è una pesantissima insicurezza, infatti, in questa maleodorante collosità siciliana. C’è la convinzione che essere veramente amici è in fondo impossibile e che quindi è bene accontentarsi di una parvenza di amicizia, un puro simulacro, per quanto scenografico e strombazzante.
In realtà il siciliano non vuole essere tuo amico, così facendo, non amicizia intesa come legame tra due persone distinte in un moto di reciproco arricchimento, come rapporto tra individualità impegnate in un incontro avventuroso e periglioso come tutti gli incontri.
In realtà il siciliano, così facendo, non vuole essere tuo amico, ma vuole soltanto tirarti dalla sua parte, farti complice e correo, invischiarti nella sua disperata solitudine.
L’inabitudine ai rapporti umani liberi e simmetrici, formata nel corso dei secoli da uno sviluppo storico feroce e beffardo, ha prodotto questi mostri. Cieca faziosità in forma di dialogo, solitudine in forma di socievolezza, servitù e signoria in forma di amicizia, isolamento in forma di incontro, silenzio in forma di frastuono.

(III di IV)

La Sicilia è quel posto dove tutti sono amici, dove tutti si vantano della propria ospitalità, accoglienza, voglia di stare insieme, competenza sociale, caciaronaggine festosa. I siciliani sono quelli che sanno divertirsi, stare in mezzo alla gente, ridere, bere, mangiare, fare all’amore. Maestro della movida, tecnico di dolce vita, il siciliano è il prototipo di quel tipo umano ricercatissimo e prezioso comunemente acclamato come “uno di compagnia”.
Discorso tipico del siciliano è il vantarsi della propria prodigalità socievole e alimentare in occasione di banchetti. schiticchi e scampagnate varie. Segue critica di “quelli del nord” che sono taccagni, aridi e musoni.
Da ciò si potrebbe dedurre che per il siciliano la collettività, lo stare insieme, sia un valore radicato, una pratica derivante da secoli e secoli di storia comune.
Invece è esattamente il contrario, ed a questa munificenza apparente si contrappone una ben più profonda e solipsistica verità.
Non è un caso, infatti, che in Sicilia ogni cosa che abbia anche una microscopica ombra di collettività sia letteralmente un disastro. Tutto ciò che è anche lontanamente “pubblico” è allo sfacelo. Bilancio pubblico, spazi pubblici, lavori pubblici, impiegati pubblici e così via.
La Sicilia è quel posto dove le abitazioni private – ma anche i negozi privati – sono tirati a lucido, ossessivamente curati, mentre poi esci dalla porta e c’è lo schifo.
La provincia di Palermo, ad esempio, almeno a livello estetico-igienico-sanitario, non ha nulla da invidiare alla peggiore favela sudamericana. E lo stridente contrasto tra un lindo pavimento privato e il marciapiede seppellito da merda di cane – a pochi metri di distanza l’uno dall’altro – è una suggestione che contiene chiarissimi indizi di verità per comprendere fin nel profondo l’anima profonda del siciliano.

(IV di IV)

Chissà chi resterà in Sicilia tra vent’anni. Resteranno soltanto gli spostàti, i pensionati e i raccomandati? E quando finiranno i soldi anche per pensioni e raccomandazioni? Resteranno soltanto gli spostàti e la Sicilia si trasformerà stabilmente in un manicomio a cielo aperto?
La Sicilia, questa appendice cancrenosa di un’appendice cancrenosa dell’Europa, terra ormai popolata soltanto da vecchi angosciati, adulti immiseriti e giovani incazzati.
Giovani, sempre meno, certo, ovviamente falcidiati dall’emigrazione, e questa ormai è cosa banalissima come le pesti medievali.
Giovani, sempre meno, certo, e gran parte di quelli che ancora non sono fuggiti pensano ossessivamente a quando, come e dove fuggiranno. E non esiste nessuno sotto i quarant’anni che non abbia pensato almeno un milione di volte ad andarsene per sempre da questa terra dove tutto sembra facile e infatti tutto è impossibile, qui dove chi è ricco se ne va per scaltrezza e chi è povero se ne va per disperazione.
Sicilia fallita di fatto, guasta e putrescente, fantasma che non spaventa nessuno perché ormai tutti hanno il terrore che scorre stabilmente dentro le vene; il terrore di chi si ritrova ad invidiare lo spazzino con gli stivali a mollo nel liquame, perché almeno lui il posto fisso ce l’ha; il terrore di chi non trova lavoro da anni, e ha famiglia e figli, e non c’è più nient’altro da fare che “andare a servire i vecchi”, cura della persona guasta e putrescente, attività per stomaci forti che ormai svolge anche chi stomaco forte non ha (perché l’unica povera ricchezza di questa terra sono ormai le pensioni dei vecchi, che campano miseramente due o tre o quattro generazioni, e i funerali sono tornati affollati, e vengono versati ettolitri di lacrime, ai funerali, e sono lacrime vere).
E poi il sole, il mare, la famiglia, il calore umano, le chiacchierate casuali, le possibilità di vivere qualcosa di diverso rispetto alle relazioni umane preimpostate dell’occidente capitalistico, tutte queste cose che gli emigrati rimpiangono della loro bella Sicilia, sono le stesse cose che ora sembrano, a chi resta e non è ancora emigrato, soltanto trabocchetti e beffe, un complesso di raffinatissimi strumenti di tortura.
Chissà come sarà la Sicilia tra vent’anni, quando anche gli inconsapevoli bambini e adolescenti di oggi si ritroveranno cresciuti, a mollo nel liquame, angosciati immiseriti e incazzati ma ancora non spostàti né pensionati né raccomandati, pronti a partire, anche loro, per sempre.